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Una profiler con disturbi bipolari, una bimba rapita e un killer scomodo

L’eclettica modenese Barbara Baraldi dà voce a un thriller che conquista, supportato da personaggi forti quanto credibili 


05/06/2017

di Massimo Mistero


Cosa ci si poteva aspettare da una scrittrice che, da bambina, è cresciuta in una casa con nove gatti e tre cani, che è schiva e introversa, che si vestiva di nero, che si nutriva delle storie di Dracula e di Frankenstein e che a soli sei anni scavava una buca in giardino per scoprire se l’inferno esisteva davvero? Probabilmente non grandi cose, anche se a volte i giudizi affrettati risultano fuorvianti. Come appunto nel caso di Barbara Baraldi, portatrice invece di una carriera variegata quanto vincente e arrivata nuovamente sugli scaffali con un intrigante thriller, del quale se ne può dire solo un gran bene.
Nonostante la lunghezza - 520 pagine - Aurora nel buio (Giunti, euro 16,90) è un romanzo che scorre via liscio come l’olio. Forte di una trama segnata da indubbie angolazioni di novità; impregnata di fascinose ambientazioni e misteri; supportata da personaggi forti e intriganti (come Aurora Scalviati, la moderna protagonista benedetta da Giancarlo de Castaldo con queste parole: «Schizzata e imprevedibile, angosciata e generosa, interprete di un pensiero divergente che la porta a scontrarsi con l’ottusità di un sistema in cui dominano il conformismo e l’ossessione delle procedure»). Insomma, in Aurora nel buio variegati contesti scivolano via con la piacevolezza del mistero e della nebbia («E alla nebbia, nel piccolo paese della Bassa emiliana dove vivo, ci sono abituata»), ma anche con la forza delle deviazioni della mente, oltre che con l’indifferenza di chi ci circonda nel nostro quotidiano.
Di fatto, come ha tenuto a precisare l’autrice (nata a Mirandola, in provincia di Modena, il 17 febbraio 1979), si è trattato di un romanzo dalla gestazione lunga: «Ha infatti atteso quattro anni, la mia Aurora, per vedere la luce. E, mentre cercavo la sua voce, il titolo di un disco mi continuava a ronzare nella mente: era Some girls wander by mistake dei Sisters of Mercy. Poi ho scoperto che quel titolo era in realtà il frammento di un testo di Leonard Cohen (del quale inizialmente ricorda un verso graffiante: C’è una crepa in ogni cosa. È da lì che entra la luce) e così mi sono lasciata trasportare da quel brano, che si intitola Teachers, attraverso le prime pagine del romanzo. Peraltro travasandolo in una giovane poliziotta dalla vita incasinata che si ritrova con quella canzone in testa poco prima di imbattersi in un brutale omicidio firmato da un serial killer».
Barbara Baraldi, si diceva. La più grande di quattro fratelli, «ai quali facevo da babysitter», figli di una coppia che si manteneva a fango e fatica («Papà aveva un magazzino edile, ma lavorava anche come camionista. Per questo era quasi sempre in giro»). Lei cresciuta nel segno della timidezza («Faticavo a relazionarmi con gli altri, diventavo rossa appena mi parlavano e molti mi consideravano una ragazzina un po’ strana. E forse lo ero. Poi la vita mi sarebbe stata maestra e sarei riuscita a sconfiggere i miei demoni»), ma che oggi risulta supportata da una fluida quanto inarrestabile parlantina. Lei che leggeva tre libri a settimana - presi in prestito dalla biblioteca comunale - che le avrebbero aperto “nuovi orizzonti”.
E ancora: lei che dopo aver frequentato il liceo scientifico si sarebbe data da fare per mantenersi lavorando come agente di viaggio, commessa, barista, dipendente di una fabbrica; lei che da sempre ha un debole dichiarato per la luna («Come la donna non è mai la stessa, e Luna sarebbe stato il nome del mio iniziale pseudonimo»), ma anche per la fotografia («Affascinata come sono da scorci insoliti e case abbandonate, che per me hanno spesso rappresentato una fonte di ispirazione»); lei «sognatrice e caparbia» che ha sempre creduto nei sacrifici («Mi è stato maestro un nonno che lavorava nei campi e che mi ha insegnato che volere è potere»); lei che - facendo un passo indietro - tiene a ricordare come il suo primo pubblico si identificasse nei suoi fratelli, ai quali raccontava storie spaventose per tenerli a bada. «Ed era faticoso, anche perché si ricordavano tutto. Quindi il seguito delle mie fantasiose avventure non poteva deragliare…».
Fortunatamente successe anche che un giorno una “persona” a lei vicina le facesse presente che dal momento che era così brava nel raccontare storie avrebbe potuto anche scriverle (guarda caso quella persona era Claudio, il suo futuro marito). «Fu così che il giorno successivo mi comprai un computer usato e iniziai a buttare giù testi di nascosto dai miei genitori. Quindi mi licenziai dal posto che occupavo per dedicarmi all’artigianato artistico, la qual cosa mi consentiva di disporre a piacimento del tempo. E così per sei anni, senza un giorno di ferie».
In quel periodo, se non sbagliamo nella successione, Barbara avrebbe iniziato a spedire i suoi lavori a chissà quante case editrice, ricevendone sempre cortesi quanto formali rifiuti. «Rendendomi peraltro conto che nemmeno li leggevano». Ma dopo aver vinto il premio Cattolica un grande editore come Mondadori avrebbe ammesso l’errore. «E così mi sarei trovata a pubblicare il thriller La bambola di cristallo, che avevo già pronto, con il mio vero nome».
Detto questo, spazio alla sinossi di Aurora nel buio, un thriller che racconta la storia di una poliziotta che indaga e agisce fuori dalle regole per salvare una bambina ed evitare nuovi omicidi. Di fatto Aurora Scalviati era una numero uno, se non addirittura la migliore, sino al giorno in cui, in un conflitto a fuoco, era stata colpita alla testa da un proiettile. Da allora, questa brava profiler avrebbe sofferto di un disturbo bipolare tenuto a bada attraverso farmaci e sedute clandestine di elettroshock.
Succede anche che, per motivi disciplinari, Aurora viene trasferita in una tranquilla cittadina emiliana, che in realtà proprio tranquilla non è. In effetti, la notte del suo arrivo, una donna viene uccisa. Non bastasse, il marito è scomparso e l’assassino ha rapito Aprile, la loro bambina di nove anni. Un assassino che su una parete di casa ha lasciato un inquietante messaggio vergato con il sangue della vittima: Tu non farai alcun male.
Raffrontandosi con le sue precedenti esperienze, Aurora si rende conto che potrebbe trattarsi di un killer che aveva già ucciso in passato e che quella scritta potrebbe rappresentare un indizio volto a condurla alla bimba. Ma, forse, anche una specie di ultimatum. Nessuno però la ascolta. Per questo, convinta di essere nel giusto, deciderà - agendo al di fuori delle regole - di fidarsi del proprio intuito, unica strada da percorrere per cercare di dissipare la coltre di nebbia che avvolge ogni cosa. Perché solo affrontando i demoni della propria mente potrà salvare la piccola Aprile ed evitare che accadano nuovi omicidi...
Accantonato il libro, qualche altra nota su Barbara Baraldi, autrice, oltre che di thriller («La mia prima grande passione»), di romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti, fra le quali la serie Dylan Dog («A soli sei anni, con i miei primi risparmi, ne avevo voluto comprare a tutti i costi una copia»). Lei che aveva debuttato nel 2007 con La ragazza dalle ali di serpente, uscito sotto il nom de plume di Luna Lanzoni, un lavoro pubblicato da una editrice seria ma piccola e andato esaurito grazie al passaparola dei lettori («La mia seconda famiglia»); lei che aveva esordito nella letteratura poliziesca - ne abbiano accennato - sulle pagine de “Il Giallo Mondadori Presenta” con La bambola di cristallo, un romanzo ripreso tre anni dopo dall’editore inglese John Blake Publishing sotto il titolo The Girl with the Crystal Eyes. La qual cosa le era valsa la partecipazione al programma Italian Noir della Bbc insieme a Carlo Lucarelli, Andrea Camilleri, Massimo Carlotto e Giancarlo de Cataldo.
Che altro? Il giardino dei bambini perduti, sempre per i Gialli Mondadori; l’aggiudicazione per due anni consecutivi del premio Mario Casacci con i racconti Dorothy non vuole morire e La sindrome felicità repulsiva; la vittoria, con il racconto Una storia da rubare, del XXXIII premio Gran Giallo Città di Cattolica; il debutto nell’urban fantasy con Scarlett, primo lavoro di una trilogia venduto all’estero prima ancora della sua uscita sui nostri scaffali; la pubblicazione di Striges. La voce dell’ombra, romanzo ispirato alla fiaba La bella addormentata nel bosco; la collaborazione per tre anni con la Walt Disney Company in veste di co-creatrice e consulente della serie a fumetti Real Life, pubblicata in tutto il mondo.
Lo scorso anno, infine, Barbara Baraldi si è proposta come curatrice della miniserie Torture garden pubblicata dalle edizioni Inkiostro (della quale collana scrive anche le sceneggiature), oltre che come autrice del volume Alla scoperta dei segreti perduti di Bologna.
Insomma, una storia bella e fuori dalle righe quella di Barbara Baraldi, che dopo questa sua ultima fatica sente il bisogno di una pausa narrativa («Sto comunque scrivendo una sceneggiatura per Dylan Dog»), in quanto impegnata a dimenticarsi di… Sparvara (il paesino “bruciato” dalle acque del Po e che lei ha preso come riferimento narrativo), ma anche delle nebbie nella mente e dei demoni nei quali era risultata invischiata per via di Aurora: «Ho un’idea romantica della scrittura. Per questo finisco per lasciarmi dominare dal personaggio, che non manca di parlarmi. Come appunto nel caso di questa donna che ha perso tutto come me».
Sì, perché a causa del terremoto che aveva colpito l’Emilia nel 2012 «mi sono trovata a far di conto con i tanti danni subìti dalla casa che avevo acquistato con un mutuo, senza peraltro beneficiare del benché minimo risarcimento da parte dello Stato. In effetti ad aver pagato il conto di questa tragedia sono stati in molti, tanto da portare qualcuno a togliersi addirittura la vita. Ma di questo nessuno ha mai parlato…».  

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