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Una ruspa al lavoro, un cadavere che affiora: ma cosa è realmente successo, e cosa potrebbe succedere, in quel di Montebudello?

Un romanzo che “prende alla gola il lettore” quello scritto dal bolognese Roberto Carboni. Il quale si racconta partendo dai suoi 17 anni alla guida di un taxi sin quando, lui giocatore di scacchi a livello agonistico, aveva iniziato a inventarsi un racconto spazientito per la lentezza del suo avversario…  


22/02/2021

di MAURO CASTELLI


“Sono un portatore sano d’angoscia. Quasi sano, per la verità e grazie al cielo. In effetti non manco nel rimanere sconvolto da quello che scrivo. Tuttavia non mi ritengo un sadico, altrimenti non sarei capace di trasmettere tensioni vere. Semmai mi propongo alla stregua di un ossessivo, di un fobico laureato in inquietudini. Tanto è vero che quando scrivo di scene violente mi metto sul chi vive e vado a controllare sino a tre volte se ho chiuso entrambe le mie due porte blindate, che per di più in mezzo hanno un antifurto. Sì, tre volte - ironizza - in quanto “secondo un libro di psichiatrica che ho letto ti fa rientrare nella normalità. Se invece lo fai quattro volte, beh, allora sei malato…”. 
Poche parole, queste, per renderci conto della singolarità che accompagna Roberto Carboni, un autore che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Il quale è tornato in questi giorni sugli scaffali con La collina dei delitti (Newton Compton, pagg. 478, euro 12,00), una storia nera, inquietante, che “prende il lettore alla gola”. 
Di fatto una penna, la sua, capace di divagare fra le pieghe della narrativa gialla in maniera quanto mai personale, narrativa che lo ha visto crescere, romanzo dopo romanzo, in termini di graffiante e al tempo stesso accattivante scrittura. Lui peraltro convinto che dall’incontro fra due persone possa nascere una storia. Sarà per questo che nelle sue trame propone sempre nuovi personaggi, mai invece protagonisti seriali in quanto lo “annoiano”. Pertanto niente eroi che vincono sempre e non muoiono mai. Perché “nei miei canovacci voglio regalare al lettore una buona dose di incertezza, togliendogli qualsiasi paletto di riferimento”. 
Carboni, si diceva. Un “cesellatore” che non manca di vedere e rivedere all’infinito i suoi testi. Lui appassionato di psichiatria, filosofia, antropologia e psicologia evolutiva, ferma restando una sua particolare attenzione a personaggi psicopatici e sociopatici, visto che spesso “sono proprio queste malattie a partorire i killer”. Lui che “ama studiare la natura umana prima di tradurla in parole” in quanto “ogni individuo si propone alla stregua di un sistema straordinariamente complesso…”. 
Detto questo, spazio alla trama de La collina dei delitti. Un titolo che richiama, per l’appunto, le colline di Montebudel­lo, tra Bologna e Modena, dove - du­rante uno scavo - una ruspa porta alla luce un cadavere seppellito da oltre dieci anni. 
È una serata gelida e c’è il pericolo che la pioggia battente si possa trasformare in tor­menta di neve. Un inferno per i tecnici della Scientifica. Giornalisti e curiosi si accalcano intorno alla zona del ritrova­mento. Con il risultato che ben presto l’attenzione di tutto il Paese si concentrerà su quel macabro ritrovamento. 
L’architetto Gabriele Moretti sta guardando un servizio alla televisio­ne. Ha trentasei anni, una bella famiglia alla quale risulta molto legato. Non ha problemi economici visto che la sua carriera è decollata. Eppure, dopo aver visto quel servizio di cronaca, il suo umore cambia improvvisamente e le sue notti si popolano di incubi, invasi da luoghi oscuri, presenze spettrali e cadaveri resuscitati. E alle allucinazioni si aggiungono emicranie e la sensazio­ne di essere seguito. Come se non ba­stasse trova biglietti anonimi lasciati in ascensore, e persino moglie e suo­ceri sembrano mutare atteggiamento nei suoi confronti. 
E poi che ruolo hanno una industriale snob e una modella sbandata che forse possono essere a conoscenza di quanto è successo e di quanto sta accadendo? Di fatto cosa è accaduto davvero dieci anni prima su quelle colline? Gabriele ancora non lo sa, ma c’è una verità oscura che sta per tornare alla luce, mentre altri efferati omicidi stanno per essere commessi… 
Detto del romanzo, certamente complesso ma di gradevole quanto accattivante lettura - che si rifà a uno stile originale, a volte morbido e avvolgente, altre volte duro e graffiante, ma sempre sorretto da un ritmo sostenuto - spazio al privato del nostro autore. 
Roberto Carboni è un bolognese doc: è infatti nato sotto le due torri l’11 ottobre 1968, anche se oggi vive sulle Colline di Sasso Marconi con Margherita, la voce critica del suo racconti in termini di revisione. La donna della sua vita che intende portare all’altare al più presto, “pandemia permettendo”. Un pezzo di marcantonio - un metro e novanta d’altezza per novantaquattro chili di peso - forte di un passato che richiama quelli, spesso inventati, dei grandi scrittori americani. Non a caso, come ha avuto modo di raccontarci, dopo aver lavorato come barista nel locale dei genitori e aver assolto gli obblighi di leva per un mese ad Ascoli Piceno e poi nell’ospedale militare di Bologna (“Una esperienza formativa davvero utile”), si sarebbe dato da fare come rappresentante e odontotecnico, per poi proporsi come tassista per ben diciassette anni. 
“Il motivo è semplice: io ho avuto due genitori… nonni, nel senso che mi hanno avuto molto tardi. Così a un certo punto mi sono trovato nella necessità di aiutarli. Per questo decisi di mettermi in proprio per avere più tempo a disposizione. Una scelta felice, dal momento che mi avrebbe consentito di entrare in contatto con una variegata umanità, grazie alla quale avrei preso spunti per i miei romanzi, che ho iniziato a scrivere a partire dal 2006-2007”. 
In effetti “la prospettiva che si ha da un taxi è molto diversa da quella che si può avere, per esempio, camminando sotto uno dei tanti portici. Quando ti sposti con la tua macchina entri nel tessuto connettivo della città, come un globulo bianco in un sistema circolatorio fatto di volte pedonali coperte e di strade. Diventi letteralmente parte di Bologna. C’è anche da dire che, mentre nel giallo la città funge da contenitore e da abbellimento, nel noir Bologna diventa parte integrante del romanzo, fungendo non solo da sfondo, ma anche da generatore della narrazione”. 
Insomma, un modo di trattare le storie molto personale che lo ha portato a incassare diversi riconoscimenti, come il Nettuno d’Oro (in passato assegnato a Lucio Dalla e Carlo Lucarelli), il premio speciale Fondazione Marconi (già appannaggio di Enzo Biagi e Lilli Gruber), il Garfagnana in Giallo e il SaleNoir Festival di Salerno. La qual cosa non deve stupire in quanto ogni suo lavoro, seppure basato sulla fantasia, si sposa con un robusto lavoro di documentazione a fronte di un obiettivo: quello di dare voce a personaggi credibili, capaci di emozionare. E “che siano maschi o femmina, sani o disturbati, poco importa”. 
E ancora: un uomo dalla parlantina accattivante Carboni, tanto è vero che oggi si propone, oltre che autore, come docente di scrittura creativa in diversi istituti, suggerendo ai ragazzi “di non diventare un… Carboni. In altre parole invogliandoli a confrontarsi con la loro personalità e le loro intuizioni”. 
Lui che curiosamente ammette la sua predilezione per autori come Freud, Nietzsche, Jung e Schopenhauer, interesse peraltro allargato al grande rispetto per la scrittura del russo Vladimir Nabokov (“Potrei leggere cento volte la stessa pagina e imparare sempre qualcosa”), ma anche per quella degli americani John Fante (“Per la sua leggerezza”), James Ellroy (“Quando nel 1996 ha scritto I miei Luoghi Oscuri era in grazia di Dio”) e Philip Roth (“Un grande. Non a caso, quando ritengo di essere arrivato come scrittore, apro Il lamento di Portnoy e torno con i piedi per terra”). 
Lui che ama definirsi un concertista di pianoforte mancato, con un debole per il pugilato (“Niente di che, quand’ero giovane”), per la pittura e soprattutto per il gioco degli scacchi, praticato a livello agonistico per quasi trent’anni e che ha comportato “giornate di studio lunghe cinque o sei ore”. Con una curiosità al seguito: “Un giorno, mentre stavo disputando una partita via Internet con un avversario lento come una lumaca, apersi una pagina Word e, utilizzando solo due dita, iniziai a scrivere una storia che avevo in testa da un po’ di tempo. Mi resi subito conto che mi riusciva abbastanza bene e fu così che iniziai a inventarmi racconti per poi pubblicarli in Rete su siti specializzati”. 
Avendo avuto riscontri positivi, “finii per rivolgermi alla Giraldi, una casa editrice bolognese, alla quale proposi le prime ottanta pagine di un romanzo, con la promessa che avrei consegnato il resto qualora lo avessero ritenuto interessante. Purtroppo, o per fortuna, Giraldi in persona si disse interessato il pomeriggio stesso e allora dovetti candidamente ammettere che le centoventi pagine mancanti, in realtà, non esistevano ancora. Salvo poi dare voce a tamburo battente a un manoscritto nuovo di zecca, forte di una storia che ritenevo più interessante. Superato lo sconcerto iniziale, l’editore decise di pubblicarlo e il romanzo - intitolato C’era l’Inferno in via dei Giudei - riscosse un discreto successo”. 
E da allora “non mi sarei più fermato, accasandomi in seconda battuta alla Dalila Sottani con due romanzi, quindi in casa Cicogna per una sola uscita, poi sei volte con la Fratelli Frilli di Genova e infine due volte con la Newton Compton. “Un sodalizio, quest’ultimo, che spero duri nel tempo. Non a caso ho da poco ultimato un nuovo lavoro che avevo in testa da chissà quanto tempo. E quando mi sono deciso a scriverlo mi sono bastati venti giorni per completare la prima stesura. A tenere la scena - siamo nel 1986, l’anno di Chernobil - un musicista schizofrenico che rileva un negozio da due care amiche (una delle quali è andata in pensione e l’altra è morta) e che poi si scoprirà essere…”. Ma non diciamo altro. L’attesa infatti acuisce il desiderio.

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