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Una sopravvissuta, una storia al limite, il tempo che sta per scadere

Il tedesco Wulf Dorn torna a confrontarsi, da maestro, con i misteri della mente. Da non perdere anche James Swallow e una intrigante M.C. Beaton


08/05/2017

di Mauro Castelli


Che ci crediate o no, il tedesco Wulf Dorn, romanzo dopo romanzo, non fa che affinare la sua tecnica narrativa. Giocando su storie adrenaliniche e agghiaccianti che finiscono per regalare pugni nello stomaco anche ai lettori più allenati nel confrontarsi con i lati più oscuri della mente. Giocando a rimpiattino, in maniera provocatoria, su insoliti incubi. E lo ha fatto a partire dal 2010 con La psichiatra (il romanzo che lo ha portato alla ribalta internazionale grazie al passaparola), un successo bissato con Il superstite, Follia profonda, Il mio cuore cattivo, Phobia e Incubo: una serie di lavori oscuri, inquietanti, angosciosi. Sempre puntando sul ritmo provocatorio dei suoi canovacci, che finiscono per indurre il lettore a profonde riflessioni.
E lo ha ribadito ancora una volta per i tipi della Corbaccio, il suo editore italiano di riferimento, con Gli eredi (pagg. 308, euro 17,60, traduzione di Alessandra Petrelli), un lavoro uscito sui nostri scaffali (dove ha venduto oltre mezzo milione di copie) in contemporanea a quelli tedeschi, il Paese che lo ha visto nascere a Ichenhausen il 20 aprile 1969. Proponendo un altro dei suoi provocatori temi, allargati a un sentiero sinora mai percorso: quello relativo alle responsabilità che ci dobbiamo porre nei confronti del mondo che verrà dopo di noi.
Dorn, si diceva. Sposato con Anita («Il mio amore e il mio sostegno, colei che mi ha mostrato il modello reale della casa al lago dalla quale spesso scrivo nella pace e nel silenzio: e sarebbe bello che tutto il mondo fosse un posto così pacifico»); catturato dalle fusa del suo adorato gatto (una passione, per gli animali, che abbina a quella per i viaggi, vista la sua buona conoscenza delle lingue); vent’anni di esperienza nel campo della logopedistica per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici («Dove mi sono ripetutamente confrontato con soggetti alle prese con gravi disturbi mentali») oltre, ovviamente, a una passione per la scrittura di vecchia data. «Ne rimasi contagiato - ricorda - quando avevo sì e no dodici anni. E qualche primavera dopo sarei riuscito a pubblicare alcuni racconti su antologie e riviste, per poi approdare al genere horror». Sino a guadagnarsi, strada facendo, un ruolo da maestro nel campo degli psico-thriller.
Lui così attento nello scavare, come pochi altri sanno fare, nei nostri meandri più reconditi, puntando sulla paura, sulla tensione, sui colpi di scena. E non sorprende quindi che Antonio D’Orrico lo abbia proposto alla lettura (se fossero ancora vivi) dell’austriaco Sigmund Freud, il padre della psicanalisi, e del suo collega svizzero Carl Gustav Jung. Sappiamo tutti, nel bene e nel male, delle esagerazioni critiche del giornalista e saggista cosentino in forza al Corriere della Sera: ma in questo caso risulta difficile contraddirlo. Perché sono davvero pochi gli scrittori come Dorn capaci di entrare nei cunicoli più appartati e misteriosi della mente umana.
E ora voce alla sinossi de Gli eredi, un romanzo che l’autore ha presentato a Milano in occasione di Tempo di libri e che viene proposto all’insegna di un interrogativo: «Credevi di avere ancora tutto il tempo del mondo. Non potevi sapere che il tuo tempo è finito». In effetti - ci sia consentito salire sul pulpito - sono in molti a chiedersi cosa resterà in eredità ai nostri ragazzi dopo il susseguirsi di decenni portati avanti all’insegna degli sprechi e del non rispetto della natura. Non preoccupandoci dei disastri che stiamo avallando, le cui conseguenze saranno pagate ovviamente dai più deboli, i bambini di oggi, depredati di quello che spetterebbe loro per diritto.
A tenere la scena di questo thriller è uno psicologo, Robert Winter, che viene interpellato - nel seminterrato del reparto dell’ospedale psichiatrico dove lavora - dal detective Frank Bennel, uno stimato criminologo alla soglia della pensione con il quale ha già collaborato diverse volte e che segue un’indagine particolarmente complessa. La paziente è la trentaduenne Laura Schradert, una bella bionda sopravvissuta a un grave quanto misterioso incidente su una strada di montagna, le cui cognizioni sembrano oscillare tra realtà terribili e allucinazioni. Tanto più che nell’auto che le stava accanto al momento del suo ritrovamento la polizia ha scoperto una pistola vecchio modello con il caricatore vuoto, mentre nel baule si nasconde una… verità al limite.
Insomma, un caso davvero complesso. Tanto che persino Winter, il quale in carriera ha ascoltato dai suoi pazienti storie così plausibili da non riuscire quasi a smascherarle, non sa come mettere in ordine gli scarsi elementi ricavati con tanta fatica dalla donna. Inoltre l’uomo che l’ha salvata chiamando i soccorsi è sparito nel nulla. E che dire dei bambini dagli occhi di ghiaccio nonché di alcune misteriose uccisioni? E come collegare questi episodi a quanto si vede nella foto che gli ha mostrato il collega?
«Di fatto è successo qualcosa di terribile, che supera ogni sua aspettativa. Mentre nella lunga notte, fuori dalla clinica, sotto un cielo nero e gonfio di odio, sta succedendo qualcosa. Ma cosa?». E poi, altro interrogativo fondamentale, la donna è veramente una testimone oppure la verità è molto diversa? In bilico fra ritenerla impazzita o crederle, viene scelta la seconda ipotesi. Unica strada per arrivare in tempo… «Sempre che sia ancora possibile».

Proseguiamo segnalando un thriller benedetto da Wilbur Smith, che lo ha definito imperdibile, firmato dallo scrittore e sceneggiatore inglese James Swallow. Il titolo? Codice Nomad (Newton Compton, pagg. 478, euro 9,90, traduzione di Tullio Dobner). Un romanzo frutto di un progetto importante e per certi versi “influenzato” da tre numeri uno nella narrativa di spionaggio e avventura, ovvero Ian Fleming, Robert Ludlum e Tom Clancy, ai quali va il ringraziamento dell’autore. A tenere la scena è Marc Dane, un agente speciale dei servizi segreti britannici, che lavora come tecnico dietro lo schermo di un computer. Come dire, i tempi cambiano, gli agenti alla James Bond non hanno più ragione di esistere, in quanto oggi si devono rapportare con ruoli diversi, tecnologicamente più avanzati. E questo vale anche per le squadre di uomini al lavoro sul campo. Come nel caso di Nomad, nome in codice appunto della formazione che fa capo a Marc Dane, incaricata di una missione difficile quanto delicata: «Presso il porto di Dunkerque la squadriglia deve tenere d’occhio una nave, al cui interno è nascosta un’arma micidiale. Il passo successivo è quello di salire sulla nave, scovare l’obiettivo, sottrarlo dalle mani di gente pericolosa e tornare sani e salvi a terra. Ma in un istante tutto cambia, in quanto un’esplosione investe il gruppo incaricato dell’operazione. Nello stesso momento, a molte miglia di distanza da lì, un’altra bomba scoppia a Barcellona, distruggendo una stazione della polizia. Dane, l’unico sopravvissuto della sua squadra, viene accusato di essere un traditore. Inizierà così per lui una corsa contro il tempo, in giro per il mondo, per provare la sua innocenza e soprattutto per fermare i responsabili di quella strage prima che entrino di nuovo in azione...». Per la cronaca, Swallow, che vive a Londra e che a suo dire ha imparato a maneggiare la penna grazie agli insegnamenti di suo padre e al supporto di sua madre, è autore di romanzi brevi, di racconti e di numerosi drammi radiofonici. Inoltre ha collaborato alla stesura delle trame di alcune serie televisive, come Star Trek, Doctor Who e Stargate; ha ottenuto una nomination dalla British Accademy of Film and Television Arts; si è dedicato, nell’ambito di Pro Partner Group, a consulenze sulla gestione e lo sviluppo del business in diversi Paesi. Ma soprattutto è un autore dalla scrittura semplice quanto accattivante, capace di irretire il lettore puntando su angolature che non lasciano nulla al caso. Proponendo, in tale ottica, personaggi credibili, descrizioni accurate delle ambientazioni, incastri logici quanto sorprendenti. Il tutto a fronte di una trama semplice e complessa allo stesso tempo. Insomma, chi ama questo tipo di romanzi non rimarrà certamente deluso.   

In chiusura di rubrica un viaggio di fantasia in quel di Lochdubh (lago nero in gaelico), il villaggio delle Highlands scozzesi dove M.C. Beaton (al secolo Marion Gibson, nata a Glasgow nel 1936 come McChesney) ha ambientato gli oltre trenta gialli (ne scrive uno all’anno) legati alla figura di Hamish Macbeth, protagonista della serie dalla quale la Bbc ha liberamente tratto in termini di fiction una ventina di episodi mandati in onda fra il 1995 e il 1997, dei quali l’autrice si dichiarò insoddisfatta, ma che per contro le regalarono grande visibilità. Hamish, si diceva, un agente sui trent’anni, alto e magro, occhi azzurri e una folta capigliatura rossa, che per mantenersi e soprattutto passarsi il tempo, visto che in zona non sembra succedere più di tanto, coltiva un orticello e alleva pecore e galline in un recinto a ridosso della stazione di polizia. E a volte va anche a pescare di frodo il salmone per mangiarselo, per regalarlo e, nel caso, per corrompere qualcuno. All’apparenza pigro e poco ambizioso, così almeno lo vedono i suoi concittadini, Hamish vive nel timore di rimanere senza lavoro in quanto il suo superiore, l’ispettore capo Blair, ritiene inutile questo piccolo avamposto delle forze dell’ordine. In realtà Blair è geloso dei successi ottenuti dal suo agente, frutto della conoscenza dei luoghi e delle persone, oltre che del suo istinto. Tracciato un profilo del protagonista, vediamolo ora all’opera in Morte di una moglie perfetta (Astoria, pagg. 176, euro 15,00, traduzione di Chiara Libero). Una storia che parte dal rientro in paese di Priscilla, la ragazza per la quale Hamish nutre un forte sentimento, peraltro contrastato dal padre, un ricco possidente della zona. Ma anche la donna ci mette del suo, in quanto non lo ritiene abbastanza capace per farsi strada nella vita. Sta di fatto che Priscilla torna a Lochdubh al braccio di un nuovo fidanzato. Sarà a questo punto che inizieranno i guai, «che si intensificheranno quando nubi di moscerini invadono il paese e definitivamente esploderanno quando si trasferirà nel villaggio Trixie Thomas, esempio di domestica perfezione. Ben presto Trixie cercherà di convincere le altre signore a farsi portatrici di pasti sani, a schierarsi contro il consumo di alcol e tabacco e a pulire le case in modo maniacale». Risultato? Gli uomini della zona insorgeranno e Macbeth dovrà risolvere un nuovo crimine: il misterioso avvelenamento, guarda caso, di «una moglie perfetta». Come già annotato, la Beaton riesce a intrigare con quella sua scrittura ammiccante e a prima vista semplice, dimostrandosi maestra nel ricostruire gli usi e costumi dei diversi periodi storici che di volta in volta mette in scena. Blandendo peraltro il lettore con l’ironia che le è congeniale. Ma anche stuzzicandolo e spiazzandolo all’insegna della sua furbizia narrativa, allargata ai più diversi campi. Lei che ha firmato parecchi romanzi storici di successo, in questo caso con il nome di Marion Chesney, oltre a mettere radici nel giallo popolare (e non solo) con lo pseudonimo di M.C. Beaton (ma i suoi nom de plume spaziano anche da Sarah Chester a Helen Crampton, da Ann Fairfax a Jennie Tremaine e Charlotte Ward). Lei che da giovane aveva iniziato a lavorare come libraia, per poi approdare al mestiere di giornalista nel settore della moda, con puntate nel campo della critica teatrale e della cronaca nera. Dopo alcuni anni trascorsi negli Stati Uniti, dove aveva iniziato a pubblicare i suoi primi lavori, la Chesney sarebbe tornata in patria facendo virare la sua produzione sulla serie dedicata a Hamish Macbeth, per poi inventarsi, nel 1992, una nuova eroina, ovvero Agatha Raisin, a sua volta protagonista di 24 mistery, in parte già approdati, sempre per i tipi dell’Astoria, sugli scaffali italiani. Detto questo, alla prossima.

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