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Una terra rosso sangue, il cuore nero del Salento e un maresciallo in gonnella a indagare

Un’altra graffiante indagine firmata da Gabriella Genisi. Fermo immagine anche su Giorgio Glaviano e su due chicche di Ed McBain


06/05/2019

di Mauro Castelli


Una penna, quella di Gabriella Genisi, che ha il dono del saper raccontare all’insegna della semplicità, seppure a fronte - come lei ama definirla - “di una scrittura a spirale, avvolgente”; una collaudata maestria (“Da quattordici anni la mia famiglia deve dividermi con il sacro demone della scrittura”) nell’imbastire, con ironia, trame di un certo peso; una sbrigliata fantasia al servizio del racconto, ma supportata da un robusto lavoro di documentazione; una intrigante capacità nel giocare a rimpiattino con il lettore, dando vita a vicende e personaggi che lasciano il segno. 
Così, dopo aver messo in panchina, dopo sette indagini, Lolita Lobosco - la “poliziotta più sexy del Mediterraneo”, detta Lolì, che nell’ultimo romanzo era stata promossa al ruolo di questore - l’ha rimpiazzata, altra scelta vincente, con il maresciallo dei carabinieri Chicca Lopez, in forza presso una caserma del Salento. Una venticinquenne intuitiva e spericolata, dal carattere ribelle quanto insofferente alle regole, che in amore viaggia controcorrente (la sua storia con Flavia la sta comunque logorando). 
Fermo restando che più che una lesbica in senso stretto, annota l’autrice, è “una gender fluid, dotata cioè di una sessualità oscillante a seconda dell’esperienza che sta vivendo e delle persone che incontra. Una scelta peraltro legata al fatto che è giovanissima. E le nuove generazioni, alle prese con il problema della precarietà, sono orientate verso aperture più ampie rispetto a quelle del passato. In altre parole non si vogliono precludere alcuna strada, anche in campo sessuale; un campo, quest’ultimo, che risulta sempre più indefinito, di genere neutro se vogliamo rifarci al latino”. 
Che altro? Una ragazza in ogni caso determinata, tenace, capace di lottare sia contro i delinquenti che contro l’insofferenza dei colleghi maschi. Lei che si porta al seguito, per non farsi mancare nulla, anche una radicata passione per le moto. 
E per quanto riguarda l’autrice? Gabriella Genisi è nata l’8 giugno 1965 in una famiglia di professionisti (“Mio padre e mio nonno avvocati, mia madre insegnante”), studi classici con laurea al seguito. Una signora controcorrente che vive con il marito Agostino e i figli Giuseppe e Serena a Mola, a pochi chilometri da Bari, anche se sono frequenti le sue puntate a Parigi dove, a suo dire, trova la giusta ispirazione per scrivere all’insegna dell’isolamento; una autrice di talento che sta per “diventare nonna” e che, quando racconta, sa di cosa sta parlando, in quanto solitamente ambientazioni e divagazioni sul tema le ha vissute da vicino (e quelle che non rientrano nel suo carnet di vita le ha fatte sue documentandosi).
Come peraltro dimostrato nei suoi precedenti romanzi: a partire dal suo debutto nel 2010 (“In realtà avevo già esordito con due libri di narrativa, Come quando fuori piove e Sino a quando le stelle sulla tematica dell’Alzheimer, editi dalla salentina Manni) con La circonferenza delle arance, seguito da Giallo ciliegia, Uva noir, Gioco pericoloso, Spaghetti all’Assassina, Mare nero e Dopo tanta nebbia, tutti editi da Sonzogno. 
Una “linea d’azione” peraltro confermata anche nel suo ultimo lavoro, Pizzica amara (Rizzoli, pagg. 354, euro 18,00), imbastito su una storia - già opzionata per il piccolo schermo - a prima vista leggera, ma che strada facendo regalerà graffianti sorprese. Una storia che l’autrice, questa volta, dal Barese ha spostato a Sud, nel Salento. Una terra a suo dire “magica”, che cattura senza se e senza ma. “Una terra incantata battuta dal vento e incendiata dal sole”, dove a tenere banco sono anche le superstizioni e le notti della taranta. “Una terra dove peraltro ogni tanto mi rifugio per scrivere, ora di qua ora di là”. 
Cosa succede in questo nuovo canovaccio è presto detto. Nel cimitero di un paesino vicino a Lecce viene profanata la tomba di Tommaso Conte, un ragazzo morto qualche anno prima per un sospetto incidente. A prima vista una scorribanda di qualche satanista di provincia. Ma poco tempo dopo, nei paraggi, vengono trovati due cadaveri: quello di una ragazza di origini balcaniche dall’identità sconosciuta e quello della liceale Federica Greco, figlia di un senatore. Annegata sulla spiaggia la prima, impiccata a un albero la seconda. 
Una gran brutta faccenda, sulla quale deve indagare il maresciallo Chicca Lopez (retaggio infantile nel nome, contaminazione spagnola nel cognome), dalla vita alquanto complicata (non a caso la sua Flavia è una fidanzata esigente che, come i più genuini mariti pugliesi, la aspetta a casa pretendendo la cena). Non bastasse Chicca, ogni giorno, deve lottare per farsi spazio in un ambiente di soli uomini come quello della caserma. Lei che - determinata, cocciuta e sfrontata com’è - è sempre alla ricerca della verità. Costi quel che costi, anche la sua stessa vita. 
Inoltre, tornando al dunque, quanti misteri reggono la scena? Cosa lega i cadaveri delle due ragazze alla serie di inspiegabili sparizioni di altri adolescenti della zona? E chi è quella donna che si dice possegga gli antichi poteri delle macare, le streghe della tradizione popolare salentina? Una figura sfuggente che sembra sapere tutto, ma che parla soltanto per enigmi. Sarà perché “vuole proteggere gli affetti più cari dalla maledizione che si è insinuata nel cuore degli uomini”? 
Combattendo l’omertà e le reticenze di una comunità che non vuole incrinare l’immagine di una terra osannata da tutti, Chicca Lopez si troverà invischiata in una vicenda dai contorni sempre più inquietanti, tra rituali macabri, magia, perversione e loschi traffici. Una concatenazione di eventi, fra diritti civili sbandierati e giovani che non amano essere catalogati, che non mancherà di lasciare il lettore con una punta di amaro in bocca. 
Detto del romanzo, che altro di Gabriella Genisi? Una donna dal carattere solare, sia pure venato di malinconia; che ama la bici, il tennis, cucinare, fotografare e andare per mostre “in cerca di bellezza”; che la scalettatura della sua vita è stata scandita da diversi momenti: “A otto anni volevo fare la Fallaci; a 15-16 la giornalista; a 18 l’architetto. Poi, a laurea conseguita e con grande disdoro dei miei genitori, la mamma e la casalinga”. 
Fortuna ha voluto che trovasse nella scrittura la sua valvola di sfogo (“L’ottavo romanzo interpretato da Lolita Lobosco è già in dirittura di arrivo: mi mancano infatti solo quarantamila battute, diciamo due capitoli”), supportata da una passione di vecchia data per la lettura. “Dai cinque anni in poi non ho fatto altro, con una predilezione per numeri uno del calibro di Goffredo Parisi, Alberto Moravia, Luigi Pirandello, lo statunitense Philip Roth, il bravissimo ungherese Sándor Márai (se non l’ha fatto, legga Le braci. Basta una frase per dire tutto: L’uomo comprende il mondo un po’ alla volta e poi muore), il geniale George Simenon sino ad arrivare ad Andrea Camilleri”. 
Insomma, una voce per certi versi fuori dal coro. Che, di fronte al complimento di un lettore - “Lei ha una scrittura piena di colori, che dà dipendenza” - assicura di essere andata in brodo di giuggiole… 


Proseguiamo. A tenere la scena ne Il confine (Marsilio, pagg. 303, euro 17,00) - un graffiante lavoro firmato dal siciliano Giorgio Glaviano (è infatti nato a Palermo nel 1975, anche se da tempo vive e lavora a Roma come sceneggiatore per il cinema e la televisione) - è un altro carabiniere, a sua volta fuori dalle righe. Ovvero Fabio Meda, un uomo in lotta con i propri demoni il quale, dopo aver perso tutto (la moglie, l’onore e il rispetto dei colleghi), sta cercando disperatamente di tornare alla normalità dopo essere sprofondato in un abisso senza fine. “Ma non è detto che ci riesca”, come ha avuto modo di annotare Giancarlo De Cataldo nel tesserne gli elogi. 
Questa storia - che vede la mano calda dell’autore (già arrivato sugli scaffali con due saggi sulla serialità americana oltre che con il romanzo Sbirritudine) scandagliare come si conviene il baratro delle ossessioni umane - si rifà a un personaggio che lascia il segno: Fabio Meda, appunto, che da capitano dell’Arma è stato degradato a carabiniere semplice per poi essere trasferito da Milano nello sperduto paesino di Velianova, fra i boschi della Maremma. E qui, dove a tenere banco sembra essere soltanto la noia, ora vive le sue giornate tra turni ripetitivi in caserma, flaccide prostitute, alzate di gomito (“Se bevi un bicchiere la tua vita non può che sembrarti più bella. Ma se è il bicchiere a bere te la vita non potrà che rivelarsi una merda”) e serate solitarie davanti alla televisione. 
Alla fine anche in questo posto, secondo logica narrativa, succederà però qualcosa di terribile. Durante un rave nei boschi tra Siena e Grosseto, alla fine di settembre, vengono rapiti tre adolescenti: Luca Mosca e Sergio Bai che se la caveranno, mentre Adele Scola finirà purtroppo male. Sta di fatto che, per indagare sul caso, l’anonima stazione dei carabinieri di Velianova si trasformerà nel centro operativo per la caccia all’uomo, volta a catturare quello che i giornalisti hanno in men che non si dica battezzato l’Orco. Un’operazione a tappeto che vede coinvolto il miglior elemento dell’Arma: il capitano Rio. 
All’inizio semplice spettatore disinteressato, Meda - che non mancherà di lucrare sul fattaccio, accompagnando gruppi di turisti del macabro e facendo loro da cicerone - si troverà obbligato a occuparsene, sia pure a livello personale, a causa di un vecchio debito contratto con uno strozzino. Non prima però di aver sfruttato la storia del mostro per il proprio tornaconto grazie all’incontro con lo spudorato Treanni, per poi giocarsi un ruolo da protagonista in seguito al ricatto della bellissima, misteriosa e sfuggente, trentaquattrenne bulgara Nevena Nikolajeva. Ma più Meda porterà avanti la sua indagine non autorizzata, più le sue ossessioni esploderanno in tutta la loro virulenza. 
In buona sostanza il nostro uomo dovrà, per così dire, riconvertirsi… all’indagine. Con pericolosi rischi al seguito, trattandosi di una “caccia” solitaria quanto pericolosa. E avere a che fare con un mostro che rapisce e uccide ragazzi non sarà una passeggiata. Tanto più che a complicargli la vita non c’è soltanto lo strozzino che lo tiene in pugno, ma anche la potente famiglia degli Arduino. 
Sta di fatto che, per risolvere il caso, Meda dovrà intraprendere un doloroso viaggio dentro se stesso, avendo a che fare con l’ennesimo confine da oltrepassare. Solo allora giungerà alla verità, la più terribile quanto inaspettata e disperata possibile. Anche perché questa volta c’è in ballo la vita della sua ex moglie. 
Che dire: una storia amara, dura quanto coinvolgente, che si rapporta con le pericolose ossessioni umane; una storia piacevole e ben orchestrata, certo, ma con un suggerimento al seguito per l’autore: capoversi più brevi, per favore. Ne beneficerà ulteriormente la lettura. 


In chiusura di rubrica due chicche d’antan firmate da quel geniaccio di Ed McBain, entrambe tradotte da Andreina Negretti. Ovvero Ninna nanna (pagg. 396, euro 16,00), la trascinante storia che Stephen King ha definito il miglior lavoro di questo autore, e Canicola (pagg. 280, euro 15,00).  Sono arrivate così a quota otto le meritevoli riproposte della Einaudi relative alla saga violenta e geniale legata agli agenti in forza all’87° Distretto, dalla quale sono stati in molti ad attingere - chi più chi meno - per dare voce ad analoghi canovacci. Una serie che ha peraltro imperversato non solo sugli scaffali delle librerie, con milioni di copie vendute, ma anche, con altrettanto successo, sui piccoli schermi di mezzo mondo. 
Ed Mc Bain, si diceva. Lui che in realtà, figlio di immigrati italiani originari di Ruvo del Monte (in provincia di Potenza), si chiamava Salvatore Albert Lombino ed era nato a New York il 15 ottobre 1926 (per poi morire a Weston, nel Connecticut, all’età di settantotto anni). Lui che, non ritenendo che la sua matrice tricolore sarebbe servita a vendere libri, nel 1952 ottenne l’autorizzazione a cambiare il proprio nome in Evan Hunter. 
Lui che, avendo lavorato a lungo come editor presso l’agenzia letteraria Scott Meredith, aveva potuto beneficiare dei consigli di maestri del fantastico come Arthur C. Clarke e Poul Anderson. E fu proprio in quel periodo - repetita iuvant - che iniziò a scrivere racconti per riviste anche di un certo peso, per poi proporsi in seguito come una macchina da guerra nella stesura di romanzi. Utilizzando peraltro una lunga serie di pseudonimi. 
In primis dando voce come Ed McBain (diventato una specie di marchio di fabbrica) ai 55 libri relativi alla citata serie legata agli agenti in servizio presso il mitico Ottantasettesimo, serie che di fatto avrebbe rivoluzionato il modo di raccontare la vita quotidiana in un distretto di polizia. Come dimenticare, infatti, le peripezie dell’agente Steve Carella e dei suoi compagni di indagine in servizio sulle pericolose strade della Grande Mela? E come non farsi carico dei disagi sociali e delinquenziali della città, raccontati in maniera semplice quanto accattivante, a volte brutale e altre volte tratteggiata con raffinata maestria. 
E sempre come Ed McBain avrebbe firmato anche i 13 romanzi della collana dedicata a Matthew Hope e altri 14 di variegata estrazione. Come Richard Marsten, invece, ne scrisse otto, come Ezra Hannon uno, con il nom de plume di Curt Cannon due, come Hunt Collins due e quattro a firma John Abbott. Mentre con il suo nuovo nome, Evan Hunter appunto, ne pubblicò 26, fra cui Il seme della violenza, considerato uno dei suoi lavori più interessanti. 
Lui che strada facendo si sarebbe dedicato anche alle sceneggiature, come quella originale del film Gli uccelli, portato sul grande schermo dal maestro del brivido inglese Alfred Hitchcock, il quale gli aveva espressamente chiesto di rielaborare un racconto originale di Daphne du Maurier.
Ma veniamo al dunque, partendo da Ninna nanna - una storia già pubblicata nel marzo 2008 nella collana “I classici del Giallo Mondadori” come Ninna nanna per l’87° Distretto - incentrata su un duplice efferato delitto: quello di una neonata e della sua baby-sitter in uno dei quartieri più eleganti della città. “Sono le due e mezza del primo dell’anno, quando un terribile delitto scuote i nostri detective. Rientrando a casa da una festa, una delle coppie più abbienti di Isoal trova infatti la figlioletta di pochi mesi morta nella culla, soffocata con un cuscino. Lì accanto giace la baby-sitter, con un coltello conficcato nel petto”. 
Secondo il referto dell'autopsia, il corpo della ragazza presenta tracce di un recente rapporto sessuale. I primi sospetti ricadono quindi sull’ex fidanzato, che però sembra essere svanito nel nulla. In realtà ha abbandonato l’università e si è rifugiato da un’altra amante, ma giura di non essere stato lui a uccidere Annie e la piccola. E mentre Steve Carella e Meyer Meyer fanno carte false per scovare il colpevole, l’agente Bert Kling si ritrova sotto il fuoco incrociato di una faida tra bande rivali, determinate a sconvolgere la metropoli. 
Detto questo spazio a Canicola, a sua volta proposto in Italia nell’aprile 1983 come Troppo caldo per l’87° Distretto per la serie “Il Giallo Mondadori”. A tenere banco è la morte nel suo appartamento, per overdose da barbiturici, di un artista. E i nostri poliziotti a sudare sette camicie per il gran caldo (arrivato a toccare i quaranta gradi) esploso nel quartiere Isola, nella città immaginaria che per McBain simboleggia New York. Ci vorranno diversi giorni per venire a capo di quella morte da parte del coroner. E non sarà un bel vivere in quella stanza con tutte le finestre chiuse e il condizionatore spento, con l’aria impregnata di umidità e odori sgradevoli. 
Jeremiah Newton, questo il nome del morto, era stato trovato privo di vita dalla moglie rientrata da un viaggio a Los Angeles.  Come detto il decesso, secondo il medico legale, era stato causato da un eccesso di barbiturici. Cosa peraltro dubbia visto che la vittima aveva il terrore a ingoiare qualsiasi tipo di pillola. E che dire dei milioni di dollari ereditati dal padre e di quella moglie esasperata che progettava il divorzio? 
Nel frattempo l’agente Bert Kling - punta di diamante della squadra assieme a Carella, Meyer, Hawes, Browen, Willis e Genero - deve affrontare uno psicopatico appena uscito dal carcere in abbinata ai sospetti terribili che avvelenano il suo matrimonio. In buona sostanza anche questo caso, all’apparenza semplice e lineare, finirà per regalare inaspettate quanto oscure angolature. Risultato? “Uno degli episodi più riusciti della serie culto di McBain, dove i casi da risolvere si intrecciano alle vicende personali dei detective dell'87° Distretto”.

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