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Uno scrittore in crisi alle prese con il passato e una nuova indagine in Vaticano

A tessere le fila dei due nuovi noir editi dalla Fratelli Frilli l’esuberante Gian Luca Campagna e l’ispettore di polizia Alessandro Maurizi


18/11/2019

di Massimo Mistero


Per i tipi della Fratelli Frilli di Genova sono arrivati sugli scaffali i romanzi di due autori diversi anni luce l’uno dall’altro, sia nel modo di proporsi che nel modo di raccontare. E allora vediamo di conoscerli e, ovviamente, anche apprezzarli per le loro diverse capacità di imbastire storie fuori dal coro. Giocate all’insegna di una sbrigliata fantasia in un caso e di una maggiore aderenza alla quotidianità nell’altro. 
Di Gian Luca Campagna - nato a Latina nel 1970, studi classici e di Giurisprudenza nonché organizzatore dal 2007 del festival Giallolatino (“Per dare vita a un simile evento bisogna essere spinti da una insana passione, frullata con una buona dose di incoscienza”) - colpisce subito la voglia di sorprendere. A partire dalle sue note personali: scrittore e giornalista, ma anche copy pubblicitario, “sfanga la vita come comunicatore d’impresa, manipolando parole e adulterando sentimenti. Usa l’ironia a dosi massicce e talvolta si tutela col sarcasmo, beve con moderazione non più di un litro di buon vino al giorno, ama le fettuccine al ragù cucinate dalle sue amiche, con una sigaretta fra le labbra spesso fischietta Back to Black di Amy Winehouse, diffida degli astemi e degli analfabeti”. 
Lui che si sente “un comunicatore nato”, che scrive soltanto se ha qualcosa da raccontare, perché “raccontare si propone alla stregua di un ponte di collegamento privilegiato con chiunque, permettendo all’interessato di accorciare ogni tipo di distanza”. 
Insomma, ce n’é quanto basta per etichettarne il personaggio, pronto a dare voce a una scrittura irriverente e fuori dal coro, peraltro già evidenziata nei suoi tre precedenti lavori: Molto prima del calcio di rigore, il noir mediterraneo Finis terrae (vincitore della sezione emergenti al premio Romiti e secondo al Giallo indipendente del Salone del libro di Torino), Il profumo dell’ultimo tango (premio della giuria al Barliario di Salerno). Senza trascurare l’antologia Carnevale di sangue, composta da sette racconti dedicati alle feste carnevalesche barbaricine, “corredate dagli scatti di un amico fotoreporter durante un nostro viaggio in Barbagia”. 
Una scrittura decisamente personale - si diceva - quella di Campagna, che affiora anche ne L’estate del mirto selvatico (pagg. 206, euro 14,90), dove basta una scorsa alle prime righe per rendersene conto. Quando incontriamo subito il suo protagonista Federico (Canestri) a contare “i gabbiani che sporcavano il cielo morbido” e a seguirli “fino a consumarsi gli occhi mentre quelli spettinavano le nuvole…”. Ferma restando la presenza del cane Apollo, salvato così “dalle lamentele di Veronica e dai dispetti gioiosi di Silvia. E se doveva affrontare il passato che lo facesse almeno con quel grugno complice”. 
Ma chi è Federico Canestri? Uno scrittore in crisi con la moglie e in difficoltà creativa (si deve infatti confrontare con la sindrome del foglio bianco, a dispetto dei contratti da rispettare), aggredito a tradimento dalle stagioni della vita, capaci persino di cancellare la nostalgia dei ricordi. Il quale Federico, “chiuso in una bolla indolente nel suo appartamento di Roma”, decide di tornare nei luoghi dell’infanzia dopo aver appreso dal web che in una cavità del Monte Circeo è stato ritrovato lo scheletro di un adolescente. E lui forse sa di chi sono quei poveri resti. Sta di fatto che, improvvisamente, si trova alle prese con i ricordi di quell’estate che per lui aveva rappresentato una svolta, quando per la prima volta aveva scoperto l’amore, l’invidia, la gelosia, i tradimenti. 
Erano i mesi estivi in cui sulle spiagge di Sabaudia la banda dei buoni, guidata proprio da lui, detto Barabba, insieme allo sbruffone Hollywood, al timido Tasso Mannaro, alla bella Camicetta e all’impacciato Dracula, si fronteggiavano con la banda dei bulli, capeggiata dall’arrogante Hammer, i rissosi Crisantemo, Kamikaze e Moscarda, più le disinibite Mantide e Raffa. 
Il citato ritrovamento porterà Federico, come accennato, a voler affrontare il suo passato: in primis la misteriosa scomparsa di Dracula, poi il rapporto conflittuale con il padre e infine la vita felice vissuta con Veronica. Cercando peraltro risposte nel presente. Ma chi erano veramente i suoi amici? E chi era suo padre? E lui stesso, oggi, è veramente chi crede di essere? 
“In un doppio percorso temporale e narrativo Federico cercherà di scovare gli amici e i nemici di quell’estate che lo aveva cambiato per sempre, per scoprire in un perverso gioco di verità, di reticenze e di bugie cosa accadde in quella tragica notte del 3 luglio 1990”. 
Il tutto a fronte di un linguaggio eufemisticamente colorito, di una pletora di variegati quanto ben tratteggiati personaggi, di una storia fuori dalle righe che intriga, cattura, diverte e, se vogliamo, ha anche un suo perché. Come ha un suo perché Campagna, capace di cose folli per amore. Come quando fece portare un tavolino e due sedie sul molo di un lago, per poi far servire alla sua bella aperitivi e antipasti (da lui stesso preparati in precedenza) da un cameriere in livrea. 


Di ben altri contenuti è invece imbastito il noir Castigliego e i tormenti del Papa. Una nuova indagine in Vaticano (pagg. 236, euro 14,90), “una sorta di sequel” di Roma e i figli del male uscito lo scorso anno, romanzi firmati da Alessandro Maurizi, nato a Tuscania nel 1955, che oggi vive e lavora a Viterbo come ispettore della Polizia di Stato. Insomma, un uomo con le mani in pasta per parlare di certe cose. Ma con l’umiltà, o serietà che dir si voglia, di fare approfondite ricerche per non lasciare nulla al caso. 
Tanto da aver varcato le “mura” per cercare di visitare luoghi e stanze segrete (“Ad esempio ho bussato alla porta di un convento e i frati mi hanno gentilmente intrattenuto per quasi una giornata”) in cerca di risposte (“Come si sa, in vaticano, esistono le Guardie svizzere ma non una polizia giudiziaria. Pertanto, soltanto in casi particolari e di malavoglia, i vertici ecclesiastici si rivolgono alle forze dell’ordine italiane. Di malavoglia perché temono la morbosità delle persone…”). 
Che altro? “In questo mio ultimo romanzo ho preso spunto dalle indagini di alcuni miei colleghi su un sacerdote che praticava esorcismi e, allo tempo stesso, insidiava dei ragazzini. Ovviamente studiandone le carte e trattando la materia con grande equilibrio. E ci voleva - assicura - una buona dose di coraggio…”. 
Ma veniamo alla sinossi di Castigliego e i tormenti del Papa, che si nutre di un incipit quanto meno inquietante: il colloquio-confessione fra il segretario particolare Camargo e Celestino VI, il quale ritiene che Dio non lo abbia più in grazia in quanto diventato complice di assassini. 
E per quanto riguarda la storia? Avremo a che fare con Manuel Castigliego, giovane commissario italo-spagnolo, che sta indagando in maniera non ufficiale sulla morte di Freitas, giornalista indipendente, trovando fra le sue carte un post-it su cui è vergata una sola parola: Sheol. Castigliego apprende dal suo amico arcivescovo Delfo Furiesi che, secondo l’Antico Testamento, lo Sheol è un luogo putrido e tenebroso, il regno di tutti i morti senza distinzione sociale, dove Dio minaccia di far precipitare gli uomini. 
Nel frattempo, durante il conclave che eleggerà al soglio pontificio il citato Celestino VI, un cardinale muore avvelenato. Assassinio o tragica fatalità? La serie di omicidi non finirà qui e le indagini dell’affascinante commissario si dirameranno in più direzioni, fino a prendere in considerazione la teoria dell’umana pietas. Fermo restando il prezioso aiuto di un bizzarro anatomopatologo. Il suo unico neo: dover diradare le frequentazioni con la bella Aurora, la sua ultima conquista... 
Che dire: un lavoro di intrigante lettura, capace di spaziare fra i misteri delle segrete stanze vaticane sullo sfondo di una serie di misteriosi delitti. Con la speranza del colpevole di farla franca e di ottenere il perdono dalla Madonna di Guadalupe… Ma forse stiamo parlando troppo. 
Detto questo torniamo ad Alessandro Maurizi, una penna particolarmente ammirata dalle donne il quale, coraggiosamente, afferma di avere sul suo comodino i Canti di Leopardi, un’opera nella quale trova sempre risposte alle sue domande; che consiglia a chi gli sta intorno la lettura de I miserabili di Victor Hugo; che sin da piccolo sognava di fare lo scrittore (“A ricordarmi che avevo nascosto in un cassetto i miei primi racconti è stato un amico di quei tempi che ancora frequento”); che ha bandito la televisione da casa sua e che ama scrivere al mattino quanto la mente è più lucida; che, tanto per portarsi avanti, ha già concluso la stesura di un nuovo libro ambientato a Matera (“Ho intervistato chissà quanti vecchietti che in gioventù abitavano nelle grotte scavate nei sassi”), ma ha anche iniziato a scrivere un romanzo ambientato nell’Ottocento. 
Maurizi che aveva debuttato nel 2008 con il romanzo L’ultima indagine, secondo classificato al Premio Fedeli, per poi dare la stura a una serie di racconti pubblicati in diverse antologie, seguiti nel 2014 dal suo secondo libro, Il Vampiro di Munch, con il quale avrebbe vinto il Premio Bovezzo in Giallo e il Premio Fortezza di Monte Alfonso in Garfagnana. Tempo altri quattro anni, e siamo al 2018, eccolo di nuovo sugli scaffali con Roma e i figli del male, con il quale avrebbe fatto incetta di riconoscimenti.

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