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Uno strano rapimento, due cadaveri vestiti con abiti d'epoca e Ardelia Spinola indaga

Torna sugli scaffali l’intuitivo medico legale uscito dalla brillante penna di Cristina Rava. Che altro? L’uno-due vincente di Gigi Paoli nonché il debutto nel thriller psicologico di Sarah Pinborough


11/09/2017

di Mauro Castelli


Subito un suggerimento di piacevole quanto intrigante lettura, ovvero L’ultima sonata (Garzanti, pagg. 282, euro 16,90), un romanzo che vede nuovamente in scena un personaggio umano quanto intuitivo, la cinquantenne Ardelia Spinola, un medico legale fuori dalle righe pronto a mettersi di traverso nelle indagini ufficiali. Ma anche una donna forte e indipendente, che non riesce ad aprire veramente il suo cuore all’amore - anche se ci prova - in quanto troppo presa a raddrizzare le cose storte, sempre in cerca com’è di verità e giustizia.
Un personaggio messo in scena dalla collaudata penna di Cristina Rava (al suo attivo figurano già nove lavori) per farci scoprire una Liguria inedita, piena di ricchezze segrete e non. Quella Liguria che l’autrice conosce bene, essendo nata («Passi l’età, ma per favore - ironizza - non mi chieda quanto peso…») il 30 novembre 1958 ad Albenga, cittadina del Ponente ligure, dove tuttora vive con il marito Vittorio e la figlia Laura. Complice un’azienda agricola da lei stessa gestita in passato e ora nelle mani della figlia, che continua a puntare sulla produzione olearia mentre quella vinicola è stata rimpiazzata da «una coltura intensiva di aromi e lavande esportate in tutta Europa».
In realtà «la casa dove abito, che è poi quella di famiglia, è situata nell’entroterra, a una decina di chilometri da Albenga, cittadina dove peraltro preferisco vivere in quanto amo il nuoto e il mare, così come ho un debole per lo sci e per la montagna. Ferma restando la passione per i funghi, anche se - dopo averli trovati - non li posso mangiare». Lei che dopo aver frequentato il liceo si era iscritta a Medicina, salvo poi abbandonare, pentendosene, al terzo anno «per gravi dissapori familiari». In altre parole a causa del difficile rapporto con il padre, un uomo a suo dire «molto giudicante».
Lei che si dichiara insicura e permalosa, sin troppo ostinata, ossessionata dalla pulizia, ma con il merito al seguito di essere una brava persona, «né narcisista né presuntuosa». Lei che nicchia sui suoi autori preferiti, dichiarandosi «una lettrice discontinua, in bilico fra saggistica e narrativa. Con tanti gialli sul comodino, perché c’è sempre da imparare», ma anche con rigurgiti classici a tenere la scena («In questo periodo è il caso della rilettura de La coscienza di Zeno di Italo Svevo»). Lei che prima di scrivere ama documentarsi a fondo, in quanto nelle sue storie non vuole fare passi falsi. Lei che ama cucinare e che, pur essendo allergica ai gatti, per loro ha un debole viscerale. Così ne possiede due: in casa troneggia infatti la nobile siberiana Svetlana, l’unica razza a non provocare allergie, mentre fuori la comunista Bertinotta ha colonizzato la cantinetta e il garage. Lei che vive peraltro nel ricordo di Battista, il micione che le era stato avvelenato. E appunto questa passione a quattro zampe l’avrebbe travasata nella sua creatura Ardelia, che di gatti ne possiede due, ovvero l’israeliano Barak e l’arabo Raad (dal pelo rosso e dagli occhi azzurri).
La qual cosa ci riporta a L’ultima sonata, una storia che parte dal ritrovamento di due cadaveri disposti in una macabra messinscena, vestiti cioè di tutto punto con abiti d’epoca come in una stravagante cerimonia. La loro autopsia viene affidata ad Ardelia Spinola, la quale - agendo come al solito d’istinto - non fatica a lasciarsi coinvolgere nelle indagini nonostante la sua vita sia un continuo destreggiarsi tra impegni di lavoro, gatti da sfamare, uno zio ultraottantenne e soprattutto Arturo, l’affascinante apicoltore piemontese con il quale da qualche tempo condivide gioie e dolori: un uomo sempre più sfuggente che continua a pungolarla a proposito di un vecchio amore.
Ma basterà l’incontro inaspettato con una donna - magnetica e al tempo stesso glaciale, che mostra un morboso interesse per l’omicidio della coppia - a far sgretolare tutti i buoni propositi di Ardelia, certamente più matura e riflessiva rispetto al passato, di voler restare fuori dal caso. E se il loro incontro non fosse stato fortuito? Il suo proverbiale intuito le dice di non fermarsi alle apparenze, di scavare fino in fondo per scoprire cosa si cela dietro quell’impenetrabile freddezza. Perché spesso la verità fa capolino nei piccoli dettagli che tradiscono anche il più esperto dissimulatore. E Ardelia vuole arrivare alla verità, anche se questo significa mettere in pericolo la sua stessa vita.
Che dire, una storia ben costruita. A tenere la scena c’è infatti anche il sequestro di una prostituta, «graziosa e indifesa», sulle alture sopra ad Albenga. Un caso strano, come si scoprirà in corso di lettura, legato a un “progetto” volto a ricostruire uno psicodramma infantile che l’interessato non è in grado di elaborare, complici due gravi patologie che lo porteranno a rendersi conto dai giornali che l’autore del delitto è stato proprio lui. Il tutto a fronte di una trama che si propone intrigante quanto credibile. In quanto nulla è lasciato al caso, mentre la vicenda si dipana verso l’inaspettato finale.
Detto del libro, torniamo a Cristina Rava con una domanda quasi scontata: com’è arrivata alla scrittura? Si tratta di una passione di vecchia data («Ero brava in italiano, per il resto meglio lasciar perdere. In ogni caso diventare autrice rappresentava il mio sogno esagerato»), che avrebbe trovato la sua rampa di lancio in un incontro, ovvero quello «con l’anziana maestra di un paese vicino al mio, retta e lucida, medaglia al valore civile per aver salvato diverse persone da un rastrellamento nazista durate la Seconda guerra mondiale; una vera e propria miniera di aneddoti e curiosità. Fu così che - dopo aver pubblicato a mie spese due raccolte di racconti - diedi voce al mio primo romanzo, che proposi a una casa editrice che stava muovendo i primi passi in quel di Genova: la Fratelli Frilli. Era il 2006 e quel lavoro lo intitolai I giovedì di Agnese, storia di guerra e non solo legata appunto ai racconti di quella maestra elementare dell’entroterra savonese».
L’anno successivo Cristina Rava sarebbe approdata al noir con la serie legata al commissario Bartolomeo Rebaudengo (Indagine al nero di seppia, Tre trifole, Cappon magro, Come i tulipani gialli e Se son rose moriranno). Poi sarebbe stato il caso a farla approdare ai piani alti dell’editoria. «Mentre mi trovavo ad Alba per una presentazione conobbi Veit Heinichen, uno scrittore di Stoccarda presente sugli scaffali italiani per i tipi della e|o (lui che nel 1994 era stato cofondatore della casa editrice Berlin Verlag, peraltro guidata per cinque anni), il quale mi fece conoscere la mia attuale agente, la competente, stimolante e ora anche amica Silvia Meucci, la quale non mancò di regalarmi preziosi consigli».
Risultato? «In men che non si dica approdai alla corte della Garzanti. E per questa casa ho pubblicato Un mare di silenzio, Quando finiscono le ombre, Dopo il nero della notte e L’ultima sonata». Lavori orfani del commissario Rebaudengo, in quanto personaggio legato alla Frilli da clausole contrattuali. «Così avrei puntato sulla sua compagna, Ardelia Spinola (medico legale alla Asl di Savona e il cui nome curiosamente si rifà a una protagonista de Il silenzio degli innocenti), elevandola al ruolo di protagonista dalle complesse sfaccettature».
Si tratta di un medico legale che «nulla ha da spartire con le colleghe di stampo americano»; una donna con i piedi per terra che lavora per l’Inps e collabora privatamente con una società assicurativa, che ritroveremo protagonista nel prossimo romanzo, del quale «è già stato terminato il lavoro di editing, supportato dai preziosi consigli di Federica Merati». Ringraziamenti dovuti perché, come «le quinte di un teatro nascondono un prezioso lavoro che deve restare invisibile, anche dietro un romanzo c’è gente che collabora, consiglia e sconsiglia, informa e soprattutto sostiene». Fermo restando, in questa nuova storia, un robusto spazio dedicato a Bartolomeo Rebaudengo, visto che sono scadute le clausole contrattuali. Con una curiosità al seguito: «Cambierà la location, in quanto la vicenda risulterà ambientata nell’Alta Langa, fra Cuneo e Alba, luoghi che ovviamente amo molto. E altro non dico».

Proseguiamo con i primi due lavori di una mano calda, ovvero quella di Gigi Paoli, abile nel dare voce a due noir - Il rumore della pioggia (Giunti, pagg. 286, euro 15,00) e Il respiro delle anime (Giunti, pagg. 414, euro 15,00) - impregnati di tensione e malizia narrativa, che pagina dopo pagina, a fronte di uno stile diretto e coinvolgente supportato da frasi brevi quanto efficaci, scorrono via lisci come l’olio attraverso una ben orchestrata concatenazione di eventi. Detto questo, ricordiamo che Il rumore della pioggia (romanzo d’esordio dell’autore), ha vinto il Premio Mazara Opera Prima 2017 per la sezione giallo ed è entrato nella Top 20 dei libri più venduti della nostra narrativa. A tenere la scena in entrambi questi lavori dalle striature poliziesche, un giornalista fiorentino, Carlo Alberti Marchi, un reporter d’assalto (padre single di Donata, una bambina di dieci anni arguta e pungente) che si muove - nel primo caso - in una città che non è quella solita che si propone al turista, ma più cupa, più grigia, paralizzata dalla visita del presidente israeliano e segnata da una pioggia battente che sembra non volere finire mai. D’altra parte l’autore gioca in casa: è infatti nato a Firenze (nel 1971), è giornalista di provata esperienza (è stato per una quindicina d’anni responsabile della cronaca fiorentina del quotidiano La Nazione, mentre dal marzo 2016 si propone come caposervizio della redazione di Empoli) e ha una figlia teenager che gli riempie la vita nella sua casa di Prato, dove a tenere banco c’è anche «una gatta nera e soprattutto una montagna di libri». E visto che squadra vincente non si cambia, anche ne Il respiro delle anime è ancora Marchi il protagonista, un cronista che sa fare il proprio lavoro. In altre parole, che sa come muoversi sfruttando conoscenze e amicizie nell’ambito dei magistrati, degli avvocati e delle forze di polizia. E lo fa, nel primo caso, per venire a capo di un brutale omicidio accaduto in via Maggio, in pieno centro storico. Perché è appunto qui, in un negozio di antiquariato religioso che si rifà a un palazzo della Curia dove ha sede anche l’Economato, che i carabinieri hanno trovato il cadavere di un anziano commesso, ucciso con 23 coltellate. Ma chi era in realtà la vittima? Come si scoprirà, un uomo dai contorni evanescenti che forse aveva avuto a che fare con i due poteri forti della città: chiesa e massoneria. Secondo logica narrativa, Marchi ritiene che questa scabrosa vicenda possa riservare sorprese, anche perché in città, dietro ogni porta, si nascondono macchinazioni e segreti, quegli stessi che potrebbero aiutarlo a ricomporre il difficile puzzle. Oltre tutto fra le pagine del romanzo l’autore ci porta, quasi senza darlo a vedere, a tirare in ballo elementi che hanno segnato la cronaca italiana degli ultimi anni. E sarà appunto in tale contesto che Marchi si darà da fare sia per venire a capo del mistero che per tappare la bocca al suo poco amato direttore. Ma stavolta «conciliare il ruolo di padre single con quello di reporter d’assalto sembra davvero un’impresa disperata: sì, perché c’è tutto un mondo che ruota intorno al delitto di via Maggio e le ipotesi che si affacciano sono una più inquietante dell’altra. Su tutte, l’ombra della massoneria, che in città è prospera e risulta granitica da secoli...». E per quanto riguarda invece Il respiro delle anime? Come accennato, a tenere la scena è nuovamente Carlo Alberto Marchi, un personaggio di ormai provata caratura, che sa come muoversi nel mondo del giornalismo investigativo. Lui così bravo (in realtà bravo è l’autore) nel guidare il lettore negli anfratti più oscuri di una Firenze misteriosa («La città delle ombre, dei doppifondi, degli specchi. Una città da mistero irrisolto. Dove niente è quel che sembra. Neppure la sua gente. Neppure le sue storie. E neppure i suoi incidenti»). Così lo incontriamo, in una torrida mattinata di luglio, mentre si reca a Gotham City, l’avveniristico Palazzo di Giustizia nella periferia cittadina - nonché uno dei dieci edifici più brutti del mondo secondo svariate classifiche - per cercare notizie sull’allarmante ondata di morti per overdose registrata negli ultimi mesi. Un’inchiesta che - come da sinossi - vede il direttore del Nuovo Giornale ancora una volta marcare stretto Marchi in abbinata al suo collega, l’Artista, i quali con la loro tendenza all’insubordinazione non godono certo di grandi simpatie in redazione. A scombinare l’agenda del nostro cronista c’è peraltro una notizia sospetta: nella notte, a pochi passi da Gotham «illuminato come un albero di Natale per psicopatici», un ciclista è stato ucciso da un’auto pirata scomparsa nel nulla. Un banale incidente? Solo all’apparenza. La vittima è infatti uno scienziato americano che lavora per una multinazionale farmaceutica con sede proprio a Firenze (falciato mentre rientrava a casa dopo aver festeggiato l’Independence Day con alcuni colleghi), il quale solo pochi giorni prima - lui oltre tutto amico di un mafioso ucraino - era rimasto coinvolto in una retata in un ambiguo locale del centro. Un caso quindi di robusto interesse e dalle variegate sfaccettature. Molte e intricate sono infatti le piste da seguire: una lugubre villa dalle finestre murate, un misterioso iPhone placcato d’oro, un barbone che forse dice la verità, un pericoloso boss della malavita... In buona sostanza, Marchi (supportato dal sovrintendente Rindi, un bravo investigatore messo in castigo a causa di una sfortunata vicenda) si troverà alle prese con l’inchiesta più complessa, torbida e inquietante della sua carriera. Fra intrighi e inedite testimonianze. E a fronte, ci mancherebbe, di un finale mozzafiato.

Dulcis in fundo, proposto dagli stessi agenti di Paula Hawkins (ricordate La ragazza del treno?), arriva sui nostri scaffali il nuovo fenomeno della narrativa di settore, ovvero l’inglese Sarah Pinborough, che con il suo primo thriller psicologico - Dietro i suoi occhi (Piemme, pagg. 356, euro 19,50, traduzione di Rachele Salerno) - ha sbancato a inizio anno i botteghini in Inghilterra, è diventato best seller negli Stati Uniti e ha beneficiato di una vendita dei diritti allargata a una trentina di Paesi. Non bastasse, a portarlo sul grande schermo ci penserà la Left Bank Pictures. Di che si tratta è presto detto: di un romanzo inquietante (qualcuno potrebbe finire per non dormire la notte) che parla di amore e di ossessione, imbastito su un inquietante assunto: «I segreti sono così. Se li mantieni ne sei prigioniero. Se te ne liberi, ti perseguiteranno». Per non parlare di un percorso a ostacoli che si dipana fra un continuo gioco di suspense e un finale inaspettato. D’altra parte se a benedire questo lavoro sono stati fra gli altri due numeri uno come Stephen King («Assolutamente da leggere. E maledettamente geniale») e Joe Hill («Un thriller così ben costruito da far pensare al migliore e più inquietante Hitchcock») una ragione ci deve pur essere. Detto questo, spazio alla sinossi: «Louise vorrebbe dire ad Adele tutta la verità, anche se si sono appena conosciute. Anche se Adele le sembra una donna così fragile, tormentata com’è dall'insonnia e dalla solitudine. Louise vorrebbe dirle che quella sera, al bar, quando è entrato quell’uomo, lei ha provato qualcosa che, nella sua vita di madre single, non provava da tempo. Vorrebbe dire ad Adele che le dispiace di averlo baciato. E che non poteva sapere che quell’uomo era suo marito. Anche Adele ha i suoi segreti. Non fa parola della nuova amica con David. E nasconde a Louise ciò che accade quando, nella loro splendida casa nel cuore di Londra, lei e il marito sono finalmente soli dietro una porta chiusa. Così come ogni giorno, da anni, Adele nasconde a tutti quello che accade nella sua mente. Là dove nessuno può spiarla. Perché tante bugie, si chiede Louise? Divisa tra il suo fascinoso amante e la nuova, bellissima amica, soffocata dal castello di menzogne che lei stessa ha costruito, Louise dovrà trovare il coraggio di guardare dentro il matrimonio di Adele e David. Sapendo che le verità più spaventose si annidano nella mente, dietro quegli occhi che Adele, insonne, non chiude mai». Per la cronaca, ricordiamo infine che Sarah Pinborough - nata a Milton Keynes nel 1972 e attualmente residente a Londra - scrive anche per il piccolo schermo ed è autrice di numerosi, pluripremiati romanzi per giovani adulti, fra i quali 13 Minutes, in procinto di diventare una serie tv per Netflix.

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