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Venezuela: tra crisi e colpo di Stato

Una situazione esplosiva che, se degenerasse, potrebbe avere riflessi negativi in mezzo mondo


04/02/2019

di Damiano Pignalosa


Mentre l’Europa intera si interroga sull’esito delle prossime elezioni che si effettueranno a maggio, in Venezuela tra crisi, fame e rivolta è scoppiato il caos, complice il braccio di ferro per la presidenza del Paese tra Nicolas Maduro e Juan Guaidò.
Le elezioni presidenziali del maggio 2018 avevano sancito la conferma di Maduro alla guida del Paese, con il 67,7% di preferenze, un ampio margine di vittoria seguito però dall’ombra della repressione, visto che solo il 46,1% degli aventi diritto si era recato alle urne: rispetto alle elezioni del 2013, si è registrato un calo dell’80% dell’affluenza a causa soprattutto del boicottaggio portato avanti dalle opposizioni per protesta contro i metodi anti-democratici del Presidente uscente. Lo scorso 10 gennaio Maduro si è quindi insediato per il suo secondo mandato presidenziale e nel Paese le proteste, mai veramente cessate in questi anni, si sono fatte più decise. Il 23 gennaio l’opposizione ha organizzato una manifestazione anti-governativa che ha richiamato nelle piazze di Caracas, Barquisimeto, Maracaibo, Barinas e San Cristóbal migliaia di cittadini stremati dalla crisi e dalla povertà dilagante in tutto il Venezuela. Proprio durante la manifestazione, Juan Guaidó, uno degli ultimi leader dell’opposizione rimasti in libertà e da pochi giorni Presidente del Parlamento, si è auto-proclamato Presidente ad interim del Paese con tanto di giuramento davanti alla folla.
Duro colpo per Maduro che non intendere cedere di un centimetro e nel giorno della manifestazione convocata a Caracas per il ventesimo anniversario dell'arrivo al governo di Hugo Chavez, ha detto: «Siamo in pace, abbiamo vinto con la pace, li abbiamo sconfitti». Ad ascoltarlo c'erano decine di migliaia di persone, la maggioranza vestite con l'uniforme delle Milizie bolivariane. «Le forze armate - ha aggiunto - sono ogni volta più leali e compromesse con la rivoluzione bolivariana». Maduro ha poi confermato «tutto l'appoggio a iniziative di dialogo» per risolvere la crisi venezuelana, promosse da Bolivia, Messico, Uruguay e dalla Comunità dei Caraibi. «Dove, quando e come vogliono, io sono pronto - ha spiegato -. La priorità è la ricostruzione economica" e i primi punti in un'eventuale agenda di dialogo sono "la fine delle sanzioni e del furto dei nostri asset da parte degli Usa e il rispetto della pace e della giustizia».
Proprio gli Stati Uniti sono alla finestra per cercare di capire l’evoluzione della situazione venezuelana con il pieno appoggio dato al capo dell’opposizione Juan Guaidò. Il presidente Trump ha già espresso più volte il suo endorsement nei confronti dello sfidante di Maduro e intende estendere il suo consenso a molte nazioni occidentali mettendo ancora più sotto pressione l’attuale governo che si ritrova a barcollare come un pugile alla dodicesima ripresa. Questo appoggio non cade per caso, basti pensare alle tensioni che ci sono state con Maduro nel corso degli anni, soprattutto ricordando l’importanza che il Paese del centro America riveste nella produzione ed esportazione di petrolio.
In tutto questo scenario geo-politico come al solito a rimetterci è il popolo venezuelano ormai stremato da continue promesse non mantenute ed una fame che diventa più che preoccupante. Le famiglie chiedono solo di poter tornare alla normalità e questo continuo braccio di ferro non serve di certo a loro, anche perché quando la parola crisi si trasforma in estrema povertà e carenza di cibo, non ci sono più palchi o discorsi che tengano, bisogna intervenire e bisogna farlo ora, che sia Maduro o Guaidò la precedenza dev’essere della gente.

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