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Volete capire le ragioni del declino italiano? Basta leggere "Avanti", il libro di Renzi

In una dettagliata disamina un grande manager fa le pulci all’ex premier. Spiegando i suoi errori in ambito europeo in abbinata alla necessità di rivedere la politica nei confronti del sindacato. Assicurando che a bloccarci non sono le troppe tasse, ma l’assenza di infrastrutture. E la Giustizia? Uno dei veri ostacoli alla crescita. Per contro del “putto fiorentino” apprezza con riserva la visione sulla centralità del Mediterraneo. Mentre sui diritti civili annota: «Ha fatto più lui in tre anni che i suoi nemici del PD in una vita»


24/07/2017

di Pietro De Sarlo


Quando gli storici del futuro, diciamo tra 100 anni, vorranno capire le ragioni del declino del Bel Paese dovranno leggere Avanti di Matteo Renzi. Spiego perché in ordine di importanza.
Primo. Renzi racconta come negli incontri tra i leader europei Angela, anzi Anghela, Merkel sia la leader più ascoltata e temuta e come nessuno sia mai stato in grado di contrastarla. Tranne lui, a suo dire. Ho lavorato a lungo, circa sei anni, per una primaria azienda tedesca in posizione apicale nella sua controllata italiana (Allianz-Ras). Non mi riesce difficile immaginare che prima di ogni incontro tra i leader europei ci siano state in Germania riunioni su riunioni per esaminare i documenti portati in discussione ai vertici. Alle riunioni finali prima di ogni vertice sicuramente ha partecipato la Cancelliera e sicuramente sono state messe a posto le virgole e i punti nei posti dove più conveniva alla Germania.
Dal primo giorno della costituzione dell’Europa i tedeschi hanno esaminato tutte le carte con pignoleria prima di firmarle e firmando solo quelle dove l’interesse della Germania fosse prevalente, o almeno fatto salvo. Kohl ha venduto all’Europa la patacca di una Germania unita finalmente occidentalizzata e di cui l’Europa non aveva nulla da temere. In realtà è avvenuto quello che Mitterrand e Andreotti temevano: la germanizzazione dell’Europa. Per demeriti nostri, sia chiaro, non per colpa loro.
Dal racconto di Renzi non è difficile immaginare che lui abbia letto le carte, se va bene, sull’aereo prima di atterrare. Che non ci siano state estenuanti riunioni preparatorie e non è neanche difficile immaginare la reazione dei partner europei di fronte all’improvvisazione con cui noi affrontiamo i vertici. Invece di prepararsi Renzi rilancia verso la riscoperta dei valori fondanti dell’Europa e porta a spasso i leader a Ventotene, Lisbona eccetera. Ma lavorare seriamente? Mai! Agire così significa affidarsi alla clemenza della Corte e affidarsi al solito stellone italiano con continue estemporanee improvvisazioni.
La vicenda dell’operazione Triton è emblematica. Ci siamo fatti fregare come vengono fregati tutti i pivellini arroganti. Ricordo una volta che in una riunione un interlocutore tedesco mi aveva detto, gentilmente come solo loro sanno farlo quando ti inquadrano nel mirino, «ma lei nella riunione di sei mesi fa aveva detto… invece ora dice…». Prima di ogni incontro con i miei collaboratori ci leggevamo tutti i verbali delle riunioni precedenti. Scoprimmo presto che non era sufficiente, ma che occorreva mantenere coerenza di approccio e di obiettivi e lavorare con metodo e senza cambiare idea ogni tre minuti. Non mi fregarono più.
Se vogliamo rimanere in Europa dobbiamo diventare seri, metodici e studiare le carte e l’inglese. Altrimenti meglio tornare alla lira perché questi ci sbranano. In Poste Italiane ho avuto la fortuna di essere parte di un gruppo di persone che preparava le difese da una accusa di infrazione per aiuti di Stato dalla Comunità Europea. Prima di sentire le difese vennero ad esaminare i nostri sistemi informativi, le nostre metodologie di lavoro e come preparavamo i report. In Europa sono rigorosi e se ti vuoi difendere devi esserlo anche tu. Fummo assolti con i complimenti della Corte.
Secondo. Renzi ha maturato la visione della centralità del Mediterraneo per i nostri interessi e del fatto che la globalizzazione è una straordinaria occasione per lo sviluppo del nostro Paese. Bene, non ci voleva molto! Onestamente, devo però dire che dopo trent’anni passati ad affrontare la globalizzazione con la cultura del localismo è un bel sentire. Ma poi bisogna essere conseguenti. In uno dei tanti siparietti con Obama avrebbe dovuto spiegargli che a noi dell’Afghanistan nulla ce ne cale, invece dobbiamo concentrare i nostri sforzi sulla sicurezza della navigazione nel Golfo di Aden, da lì - dall’Oriente - si passa per arrivare a Suez. Dobbiamo sforzarci affinché i traffici navali invece che nel distretto portuale di Rotterdam-Anversa vadano nei porti italiani.
Dovrebbe anche spiegare a Delrio che Gioia Tauro oggi è il primo porto del Mediterraneo e che il porto con maggiore potenziale è Taranto. Tant’è che uno dei più grossi imprenditori della logistica al mondo, un signore che si chiama Li Ka Shing, voleva investire qualche centinaio di milioni di euro su Taranto con la sua Hutchinson in joint venture con la Evergreen. Insomma, due colossi mondiali della logistica. Inascoltato per anni da Berlusconi, Vendola e Ippazio (sindaco di Taranto), fu preso per il rotto della cuffia prima che scappasse nel 2012 da Barca, con il quale sottoscrisse un accordo per lo sviluppo di Taranto. Nulla avvenne e alla fine, con il governo Renzi, stracciò l’accordo e decise di investire sul Pireo.
Perché Taranto e non Trieste o Venezia? Perché Taranto è proprio di fronte a Suez e alle sue spalle ha una piana poco densamente popolata, enorme per lo sviluppo della logistica integrata al porto. Certo, per cogliere appieno le potenzialità di Taranto e di Gioia Tauro qualche infrastruttura occorrerebbe farla. Una ferrovia ad alta capacità, la Lauria-Candela e la bretella Taranto-Pisticci per collegare il porto alle dorsali adriatiche e tirreniche. Qualcuno dovrebbe spiegare queste cose a Delrio che insiste su Genova, che va benissimo purché si faccia il terzo valico altrimenti non ha alcuna possibilità di sviluppo, e Trieste e Venezia che si trovano in una posizione sfavorevole, troppo spostate a est e lontane da Suez e da Gibilterra.
Qualcuno dovrebbe spiegare a Delrio che l’Italia non finisce a Reggio Emilia. Perché a Li Ka Shing interessava solo Taranto? Fatevi una domanda e datevi una risposta. Invece Renzi che ci dice? Che a frutto di questa visione ha potenziato le visite e le relazioni con l’estero e si è comperato un nuovo aereo. Vabbè, come Berlusconi: pensa che le relazioni e le pacche sulle spalle siano tutto, invece sono solo l'inizio e alla terza patacca (come Delrio che dice ai cinesi che il sistema portuale italiano è pronto ad accoglierli) si viene mollati.
Nel 2009 scrissi un libro sulle potenzialità di sviluppo del sud Italia. In quel libro spiegavo come le speranze del sud siano legate ai commerci con la Cina e l’India. Spiegavo che occorreva fare le infrastrutture per riattivare la via delle Indie di Marco Polo. Spiegavo che il Mediterraneo era ridotto a «un lago stagnante», come scriveva Henri Pirenne spiegando le cause del Medioevo e, di conseguenza, che il sud era ridotto in povertà. Nel 2013 la Cina ha avviato un enorme progetto per riattivare le vie della seta per sviluppare i commerci con l’Europa, esattamente e in modo speculare per le stesse ragioni scritte da me in quel libro: leggetelo. Questa non è una occasione è l’occasione per il sud e per l’Italia. Delrio, per favore, non dire “puttanate” ai cinesi e diamoci da fare per fare queste infrastrutture, altrimenti faranno come Li Ka Shing e andranno al Pireo o nei porti francesi e spagnoli.
Terzo. Chiunque abbia lavorato in una organizzazione complessa in posizione di rilievo sa che se si vogliono portare dei cambiamenti significativi il sindacato è indispensabile come agente del cambiamento. Certo, ci vuole pazienza, ma i frutti alla fine si vedono. Per mia esperienza diretta, senza un sano rapporto con il sindacato, il cambiamento profondo fatto in Poste Italiane dal 1998 al 2001 non sarebbe stato possibile. Senza un management di qualità non c’è un sindacato di qualità. Renzi, e gli italiani, invece amano i leader decisionisti che picchiano i pugni sul tavolo. Invece la pazienza, la costanza e il duro lavoro sono le uniche virtù manageriali che riconosco.
Per portare cambiamenti occorre un gruppo di persone che si alza la mattina e va a letto la sera avendo chiari in testa gli obiettivi da raggiungere e con il pensiero prioritario di come fare per rimuovere gli inevitabili ostacoli che si incontrano. Ne ho visti tanti di manager urlanti e che picchiavano i pugni sul tavolo. Sono tutti durati lo spazio di un mattino. Credo che la posizione che la politica, non solo Renzi, ha nei confronti del sindacato vada rivista e messa a servizio di un grande progetto di trasformazione del Paese. Prerequisito, però, è avere il progetto, o almeno uno straccio di idea sul futuro. In alternativa c'è il fallimento di ogni iniziativa o la coercizione e lo stato di polizia.
Quarto. La giustizia è uno dei veri ostacoli alla crescita. La sua riforma è improcrastinabile da almeno 30 anni. Talmente improcrastinabile che non ci mette le mani nessuno. Per metterci le mani occorre un potere politico credibile. Appena andato al governo Renzi era credibile. Ora non più. Infatti sulla giustizia continua a non capire che se Margiotta viene assolto in Cassazione, non per non aver commesso il fatto ma perché all'epoca dei fatti il reato di traffico di influenza non esisteva, non lo può portare come esempio di vittima del sistema giudiziario ma dimostra solo che Coppi, avvocato di Margiotta, è un ottimo avvocato. Beato Margiotta che se lo può permettere. Così come continua a non capire che non può vantarsi di aver messo Descalzi a capo dell'Eni visto che lui e Scaroni sono indagati, non solo dalle procure italiane e da quella di Potenza, ma anche da quelle di altre parti del mondo.
Continua a non capire che i disastri ambientali procurati dalla gestione dell’Eni di Descalzi e dal PD in Lucania non possono essere liquidati con quattro battute sceme (quattro comitatini o chi se ne frega dei voti dei lucani). Del disastro ambientale lucano, evidente anche ai ciechi e ai sordi, evita di parlarne. Ancora una volta non si rende conto che un signore come Marchionne, residente in Svizzera, che ha portato la Fiat, azienda che ha beneficiato oltre ogni modo e misura di tutti gli aiuti di Stato possibili e immaginabili, a trasferire la propria sede in Olanda schifando per vili motivi fiscali l'Italia non può essere portato a modello di imprenditoria moderna ed avanzata ma solo come esempio di un capitalismo ormai privo di ogni scrupolo e senso di responsabilità sociale verso la propria comunità.
Additare Elkan-Agnelli alla festa di commiato di Obama come esempi di imprenditori italiani è falso: sono imprenditori olandesi e come tali vanno trattati. Renzi non ha la levatura intellettuale per capire che esempi sbagliati sotto il profilo etico non gli danno lo spessore morale per intervenire sulla giustizia. Mentre ci siamo, caro Renzi, ridurre i tempi del processo non vuol dire abbassare i limiti della prescrizione.
Quinto. L’idea di rilanciare l’economia aumentando il deficit al 2,9% ottenendo così le risorse per diminuire le imposte è puerile e infantile. Sarebbe ora che i governanti smettessero di guardare ai modelli econometrici e maturassero invece una visione di futuro e di sviluppo del Paese. Renzi non trae mai le giuste conseguenze delle tante citazioni che fa. Le fa per darsi un tono, anche se poi lui stesso dice che compra libri senza leggerli, giusto per citarsi addosso. Forse prende le citazioni cercandole, in funzione dell’argomento, con Google, ma senza comprenderle.
Il Paese non è bloccato dalle troppe tasse. Il Paese è bloccato dall’assenza delle infrastrutture, che incidono sui costi di trasporto, dalla incertezza dei rapporti con il Fisco - cinque anni per contestare una dichiarazione sono indecenti -, dalla lunghezza dei tempi del recupero crediti, dai tempi dei processi e dai troppi processi, dai tempi per avere una autorizzazione, dalle troppe leggi e dai troppi regolamenti, spesso in contraddizione tra loro.
Renzi non si rende conto dei danni che ha procurato con la retroattività delle norme previste dal suo governo con il D.L. n. 91 del 24 giugno 2014, meglio noto come “Decreto Spalma Incentivi per le Rinnovabili”. Da allora nessun operatore estero investe più in Italia sulle rinnovabili e anche negli altri settori ha provocato diffidenza. Ogni Paese ha un livello di tasse commisurato ai livelli di servizi resi dallo Stato. Se i Paesi con troppe tasse non sono in grado di attrarre aziende non si capisce lo stato di benessere che c’è in Svezia o Norvegia. Tante tasse tanti servizi, poche tasse pochi servizi. In Italia abbiamo invece tante tasse e pochi servizi e fatti male.
Sarebbe ora di finirla, non solo Renzi, di continuare a proporre ricette miracolistiche per la salvezza del Paese. Il Paese non si salva per decreto legge. Sulle banche non ha capito, non solo lui, che nessun sistema bancario riesce a resistere a una crescita cumulata a ridosso dello 0 che dura dal 2001; che ci siano stati dei mascalzoni che abbiano fatto danni è deprecabile, ma non è quella la causa della crisi strutturale del settore. Insomma, gli italiani ancora una volta si rendono conto da un lato che manca la visione complessiva del sistema bancario e delle soluzioni strutturali a questo enorme problema e dall'altra che i farabutti la fanno sempre franca. Tornando al sistema giudiziario, questo è fatto da troppi cavilli e scappatoie e i farabutti riescono di solito a farla franca. Renzi definisce spesso i burocrati europei come quelli dello zero virgola. Però lui appena il nostro Pil sale dello zero virgola grida al miracolo fatto dal suo governo. Negli ultimi 15 anni noi siamo cresciuti mediamente dello 0%, la Perfida Albione del 27%. Di cosa stiamo parlando?
Quello che sorprende leggendo il libro di Renzi è che sia stato presidente del Consiglio e ci si chiede, una volta di più, come si seleziona la classe politica del Paese. Autoreferenziale al massimo e insopportabilmente logorroico. Raramente gradevole, ma solo quando parla dei suoi figlioli e allora diventa umano. Ci illustra i sentimenti di un uomo che torna a casa e fa i conti con la sua fatica giornaliera e fa i conti con la famiglia. Godibili i passaggi sul figlio matematico e la figlia politica. Per il resto dimentica molto. Che ha illuso gli italiani lasciando intendere che vendendo l’auto di La Russa su eBay si risolvevano i problemi del Paese, per esempio. Gradevole quando strapazza Speranza. Ha però una faccia di bronzo al top quando dice che è stato il PD a pugnalare Letta... Dimentica per lo meno di dire che lui era il segretario del PD pugnalatore. Speranza gli suggeriva solo quello che voleva sentirsi dire.
Si percepisce la grande energia dell'uomo che però non viene messa al servizio di una visione. È uno che ritiene che basti aprire un cantiere con operai che impastano malta, mettono mattoni e si muovono per le impalcature per fare una casa. Ma senza una regia e senza uno straccio di visione o di progetto invece della casa si ha solo confusione e tempo perso. Movimentismo senza progettualità. Chiacchiere e distintivo, insomma. Ha un insieme di frammenti di visione e di buone intuizioni ma non riesce a comporre un quadro coerente.
Però una cosa di Renzi va detta. Con buona pace di D’Alema, Bersani, Emiliano, Speranza eccetera. Renzi è più a sinistra di loro. Renzi in economia è in continuità con la visione di D’Alema e Bersani. Ricordate quanto questi signori si erano vantati di essere i veri liberali in Italia? Quindi in economia è di destra come loro. Ma sui diritti civili ha fatto più lui in tre anni che loro in una vita. Sulla visione che ha Renzi di questi signori sono pienamente d’accordo!
C’è un unico punto alla fine del terzo capitolo che apre il cuore alla speranza. Quando dice, in due righe ma senza enunciarlo, che alle prossime elezioni presenterà un Piano Industriale per l’Italia. Ma un Piano Industriale è fatto di obiettivi, azioni, tempi, risorse, individuazione di compiti e responsabilità. È esattamente quello che occorre fare ma, se tanto mi dà tanto, sarà come il contratto con gli italiani fatto da Berlusconi in Tv da Vespa.
Prima che qualcuno mi dica: e Di Maio? E Salvini? E Berlusconi? Quando scriveranno il prossimo libro lo leggerò e, se ne varrà la pena, vi dirò cosa ne penso.

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