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“C’era una volta il cane Blasco. Che a modo suo mi parlava”

Ritorna Marina Morpurgo arricchendo una sua precedente storia di famiglia. Dove l’amore per gli animali si sposa con un bizzarro viaggio nella memoria


27/04/2020

di Valentina Zirpoli


Per poter parlare al meglio di È solo un cane (dicono). La storia continua (Astoria, pagg. 140, euro 14,00) è necessario rifarsi alla prima parte di questo coinvolgente memoir, firmato da Marina Morpurgo, che risale al 2016 ed era stato edito dalla stessa casa editrice. Un lavoro - come avevamo avuto modo di annotare - che parlava di salvezza, di brave persone e della loro capacità di lottare. 
E in tale ambito l’autrice si raccontava e raccontava del cane Blasco precisando: “Lui abbaia, io scrivo. Un tempo scrivevo articoli (oltre ad avere due figli, per anni ha fatto la giornalista, prima come inviata all’Unità, poi come caporedattore al settimanale Diario) sin quando sono passata a testi più rilassati e rilassanti nonché letterari: traduzioni dall’inglese, libri divulgativi per bambini e ragazzi (ne ha scritti diversi, fra i quali il ciclo dell’iraconda strega Sofonisba), una raccolta di racconti e due romanzi brevi per grandi”. Lei che recentemente è tornata all’antica passione - la storia contemporanea - dando voce a testi sul Novecento destinati agli alunni della scuola media. 
Ma torniamo a È solo un cane prima versione, peraltro giocata su una accattivante ironia. Con l’autrice a precisare: “Questa storia mia e di Blasco non si sa come finisce. Non dipende da me. Ho fatto tutto quello che umanamente potevo fare, e forse anche molto di più”. Ma ora si sa come è andata dolorosamente a finire. Con la morte angosciante di Blasco, colpito da un tumore (anche “se aveva baldanzosamente zampettato per mesi in barba a una prognosi funestissima”). 
Quel Blasco, lo ricordiamo, che amava raccontarsi a modo suo. State a sentire: “L’altro giorno è arrivata la veterinaria bionda, quella che piace a me. Mi ha ascoltato il cuore e toccato la pancia, e poi ha detto alla mia infermiera: Marina, questo ti seppellisce. Non so se sono contento. Prima di seppellirla a cuor leggero vorrei accertarmi che qualcuno possa occuparsi di me con uno stipendio basso come quello che passo a questa donna ingenua, fedele e poco sindacalizzata”. 
Marina Morpurgo, si diceva. Che, dopo essere nata a Milano nel 1958, solo in tarda età “ha coronato il sogno a lungo cullato di vivere come una specie di Heidi fra le montagne e i prati”. Lei che sin da ragazzina si era nutrita di una spiccata propensione per la scrittura e per le materie letterarie (da qui la scelta di diventare giornalista) nonché una assoluta inettitudine a qualunque lavoro manuale. 
Lei che strada facendo, ironizza, “avrebbe deluso quasi tutte le aspettative, specie quelle relative al peso e all’altezza”. Lei che manca di senso del tragico, ma che in compenso riesce a far ridere anche quando, purtroppo, non è nelle sue intenzioni. Lei che ha il dono di saper rendere accessibili anche i pensieri più complessi e, appunto per questo, leggerla diventa un piacere. 
Detto questo precisiamo che anche la seconda parte (o meglio, la versione ampliata della prima) di È solo un cane (dicono) si propone gioiosamente allegra pur trattando, con garbata leggerezza, tematiche serie. Insomma, non una biografia, ma qualcosa che le assomiglia. Con ringraziamenti al seguito - per aver consentito di integrare i suoi ricordi di famiglia con quelli precedenti alla sua nascita - legati alla zia Silvia, oltre che per la madre e il padre che, mentre questo librino veniva “lavorato in redazione”, hanno dolorosamente lasciato questo mondo. 
A tenere la scena è il paesino toscano di Gambassi Terme, in provincia di Firenze, ignoto ai più. Eppure lì, in un allevamento, era nato l’11 marzo 2008 Blasco, l’“Euridice pelosa” dell’autrice, protagonista di una commovente vicenda di solidarietà umana, che si è da poco ammalato di tumore e che anche se non ha voglia di uscire, pur di non dover subire le vocine sceme della sua pupa-infermiera, acconsente a fare un giretto dell’isolato, visto che ci potrebbe scappare una caramella Galatina (“Un mio diritto inalienabile sancito dalla Costituzione Mondiale Canina”). 
In effetti a Gambassi (terra appunto di cani amabili, ma anche di preti eroici) aveva trovato rifugio e salvezza la famiglia materna della stessa Morpurgo, in fuga dai nazifascisti. Che si salvò “per una catena di eventi fortunati nonché per il coraggio di tante piccole persone oscure”, compreso un don capace di opporsi alla volontà del vescovo. E quando l’autrice mette a fuoco questa strana storia di coincidenze, inizia un bizzarro viaggio nella memoria. Perché qualcuno ha aiutato parte della sua famiglia a sopravvivere, qualcuno l’ha aiutata a salvare l’amatissimo Blasco, qualcuno si è mostrato solidale e qualcuno no, qualcuno le ha insegnato la speranza e altri l’elaborazione della perdita. 
In buona sostanza la forza dei ricordi ha spinto Marina Morpurgo a continuare il viaggio nel suo passato, dove l’ombra della Shoah è stata spesso rischiarata dall’aiuto di molte brave persone (“E brave è dire poco”) e dove le coincidenze non sono mai state un caso. E la seconda edizione di questo fortunato libro, per certi versi, continua l’opera di testimonianza dell’autrice. 
Fermo restando - repetita iuvant - che potrebbe sembrare una specie di sacrilegio l’accostamento tra la salvezza di un animale e quella di esseri umani, ma solo per coloro che non comprendono come l’amore - per un cane o per i nonni poco importa - possa scavare dentro l’animo dei solchi profondissimi. E mentre l’autrice (alla quale piacciono le vicende a lieto fine, in quanto quelle che finiscono male le fanno venire voglia di tapparsi le orecchie) si addentra nei meandri della storia di famiglia, non manca il punto di vista dello stesso Blasco, che per esempio non crede di essere andato con la nuova padrona per arcani motivi, ma solo perché, essendo lei cicciottella, è certo che anche per lui il cibo non mancherà. 
Ricordiamo infine che questo piacevole libro è arricchito da diverse foto di famiglia, tutte rigorosamente commentate, nonché da due “alberi genealogici”, nei quali compaiono - poteva essere diversamente? - i cani di casa (oltre a Blasco, anche la barboncina nera Tova, lo spilungone gentile Flick, l’affettuosa devastatrice di piante ornamentali Marvina e la spettinata segugiotta Vega). Insomma, a conti fatti, un accattivante lavoro da non perdere. Anche per chi ha già assaporato la prima versione.

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