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“La crescita? Frenata dall’Ue e dalla mancanza di fiducia degli italiani per il loro futuro”

Il coronavirus, secondo Pierangelo Dacrema, avrà ripercussioni per la nostra economia. Ferma restando che l’ortodossia nell’applicazione del Trattato di Maastricht ci ha impedito una politica anticiclica aumentando la spesa pubblica e la mancanza di aspettative


17/02/2020

di Giambattista Pepi


Pierangelo Dacrema

Ai dati diffusi dall’Istat sul Pil del quarto trimestre 2019 e sulla produzione industriale, che confermano il protrarsi della debolezza della nostra economia, si aggiungono le conseguenze dell’emergenza provocata dall’epidemia del Coronavirus in termini di minori entrate legate all’industria turistica. Al momento, come conferma l’economista Pierangelo Dacrema, non è ancora possibile quantificare in quale misura le restrizioni alla circolazione delle persone imposte da Pechino per far fronte all’emergenza sanitaria - in abbinata alla sospensione sine die da parte delle nostre autorità dei voli dall’Italia verso la Cina - incideranno in termini di prenotazioni alberghiere, guide organizzate, shopping e consumi sostenuti dal turismo incoming cinese. 
Ma, indipendentemente da questo, la stagnazione dell’Italia ha una causa esogena (“I limiti imposti dal Trattato di Maastricht e dal Patto per la stabilità e la crescita agli Stati con elevati deficit e debito, come il nostro, ci impedisce di aumentare la spesa pubblica e di sostenere una politica di investimenti indispensabile per raggiungere tassi di crescita più sostenuti”) e una endogena (“La mancanza di fiducia nel futuro del Paese, un sentimento diffuso che indebolisce i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese”). 
Dacrema (ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Università della Calabria, dopo avere insegnato alla Bocconi, alla Cattolica, alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e negli atenei di Bergamo, Siena e Messina) delinea un quadro a tinte fosche per l’economia tricolore che, a fronte del suo grande potenziale e delle sue enormi risorse, è la Cenerentola tra le grandi potenze del G7 e tra i Paesi membri dell’Unione europea. 

Nel 2019 si temeva la fine di uno dei cicli espansivi più lunghi della storia. Degli ipotetici rischi che si paventavano (economico, finanziario, politico) nessuno si è materializzato. È comparso invece il rischio sanitario. Quale potrebbe essere l’impatto sulla Cina e sull’economia globale del Coronavirus? 
Fare previsioni in questo momento è difficile. Bisognerà attendere l’evoluzione dell’epidemia i cui numeri sui decessi e sui contagiati (adesso anche fuori dalla Cina continentale) un giorno salgono, un altro scendono, con le autorità sanitarie che si contraddicono. Se si potrà arginare l’espansione del contagio, ed è la speranza di tutti, allora le conseguenze sull’economia saranno più contenute, diversamente saranno più gravi. La preoccupazione massima è per la Cina. Già si parla di una diminuzione sensibile del Pil: dal 6-6,5% di crescita prevista prima dell’esplodere della crisi sanitaria del coronavirus siamo passati al 5-5,5%. 
Essendo la Cina un “motore” dell’economia mondiale, è evidente che un calo della produzione, degli investimenti, dei consumi, del commercio causerà verosimilmente cali dell’ordine, si stima, di qualche decimo di punto percentuale anche in altre aree: penso ai Paesi dell’area dell’euro e, in particolare, all’Italia che sappiamo essere in stagnazione, e che ha visto finora cancellate prenotazioni di alberghi, di voli, di viaggi, di altre spese. 

Eppure la Cina ha adottato subito misure draconiane a Wuhan e nella provincia di Hubei, focolaio dell’epidemia. Ritiene le misure adeguate o ritiene che si dovesse fare di più? 
All’inizio c’è stata non tanto una sottovalutazione quanto opacità e censura nella trasmissione delle informazioni sulla reale consistenza dell’epidemia. Quindi c’è stata scarsa tempestività. Il medico Li Wenliang, che è poi morto a causa del virus, aveva dato l’allarme per primo, ma non venne creduto e gli fu imposto il silenzio. Pechino prima ha messo la mordacchia alle fonti che cercavano di informare le autorità politiche perché predisponessero le prime misure poi, quando la situazione stava sfuggendo di mano, hanno adottato provvedimenti rigorosi istituendo un cordone sanitario che ha bloccato il movimento di oltre 60 milioni di persone nella regione di Hubei e “silurato” i funzionari locali del Partito comunista, probabilmente capri espiatori di responsabilità che sono a livello centrale. 
Da quello che vedo e leggo, mi pare di capire che, al momento, l’allerta sia massima e gli interventi siano decisamente forti e mirati a contenere l’espansione del contagio all’interno della Cina e all’esterno di essa. E’ difficile dire se si sarebbe potuto fare di più. Certo bisognerà capire con esattezza il perché di questa epidemia, ma per questo ci sarà tempo anche più avanti.

I mercati finanziari, nonostante tutto, stanno tenendo botta, e il comparto dell’equity resta sostenuto.  
Credo che i mercati finanziari stiano esprimendo un cauto ottimismo sulla capacità delle autorità cinesi di riuscire a sconfiggere in tempi brevi il coronavirus e di tutto il sistema sanitario mondiale di tenere a freno e debellare il fenomeno. 

È passato più di un decennio dall’inizio della crisi finanziaria e le politiche adottate non solo sono ancora in vigore, ma sono state addirittura espanse. Misure adottate come risposta a una crisi che ora non possono più essere disattivate senza provocare un’altra. Prova ne sia che, non appena c’è un refolo di vento contrario alla crescita, come sta accadendo ora con il coronavirus, si guarda alle banche centrali come a taumaturghi in grado di scongiurare scenari indesiderati. 
Penso che, se da un lato si è fatto tesoro dell’esperienza della crisi del 2007-08, dall’altro non siano state prese misure adeguate onde evitare il ripetersi di fenomeni analoghi. È noto come, all’indomani della crisi esplosa negli Stati Uniti nel primo decennio del secolo, tutte le autorità e gli organismi economici e monetari si siano preoccupati di intervenire nel settore del credito per riordinare il sistema della vigilanza nel tentativo di eliminare o attenuare i fattori di vulnerabilità del mercato finanziario. Le banche centrali, a cominciare dalla Federal Reserve, hanno varato una politica monetaria espansiva per sostenere l’economia e ripristinare la fiducia compromessa nel rapporto tra i risparmiatori e gli intermediari finanziari e tra gli stessi istituti creditizi a seguito del collasso di Lehman Brothers nel contesto dello scandalo dei mutui subprime. 
Queste misure si sono rivelate abbastanza efficaci negli Stati Uniti dove, nel biennio successivo, la crisi poteva considerarsi già alle spalle, con il motore dell’economia che aveva ripreso a funzionare a pieno regime. In altre regioni, tra le quali l’area dell’euro, la ripresa è stata più faticosa, più discontinua e disomogenea durante l’ultimo decennio, senza contare che nel 2011-12 l’eurozona ha dovuto scontare la crisi del debito sovrano. Ora, in sintesi, credo che si debba convivere con la triste prospettiva dell’incombenza di una nuova crisi finanziaria. 

Per l’Italia le stime di crescita da parte dell’Ue sono state riviste al ribasso con il Pil 2020 tagliato +0,4% al +0,3. Il dato sulla crescita e sulla produzione industriale a fine 2019 ha inoltre deluso le aspettative e confermato il protrarsi della nostra debolezza. Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, si dice tuttavia ottimista. 
L’economia italiana è permanentemente sotto tono, con tassi di crescita modestissimi se non addirittura confondibili con lo zero. Le radici di questa condizione vengono da lontano, ma tra le cause prime c’è l’elevato debito pubblico nel contesto delle regole del Trattato di Maastricht. L’abnorme dimensione del nostro debito ci tarpa le ali, ci impedisce di aumentare la spesa pubblica e di sostenere con ciò una politica di investimenti indispensabile per raggiungere tassi di crescita più sostenuti. 
Oltre a questo, c’è la mancanza di fiducia nel futuro del Paese, un sentimento diffuso che indebolisce i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. E le cause che alimentano questo sentimento degli italiani sono diverse. L’economia vive di aspettative, e se le aspettative sono basse è anche perché gli italiani hanno poca fiducia nella politica e nelle istituzioni, tra i cui compiti c’è quello di favorire la creazione di un clima adatto a una crescita economica soddisfacente.

Rivedere le regole Ue che fissano i vincoli per i conti pubblici dei Paesi dell’Eurozona per dare maggiore slancio alla crescita e agli investimenti, soprattutto verdi: la Commissione europea ha completato il suo esame del Patto di Stabilità e Crescita e ha presentato il suo documento per aprire il dibattito con gli Stati membri e decidere in che direzione andare. 
Questo nuovo atteggiamento di Bruxelles prelude a fatti positivi, o se non altro auspicabili. Del resto, si era già potuto notare qualche segnale in questo senso. Jean-Claude Juncker, l’ex presidente della Commissione Europea, prima del suo commiato, aveva ammesso gli errori compiuti da un’Europa che aveva ecceduto nel rigore. Il riferimento specifico era alla Grecia, ma, come si ricorderà, tutti i Paesi periferici dell’Ue, tra i quali il nostro, hanno subito abbastanza pesantemente le conseguenze di una politica di austerità che ha dato ben pochi frutti. L’ortodossia nell’applicazione dei parametri del Trattato di Maastricht e del Patto per la stabilità e la crescita ci ha fortemente penalizzato. 
Di fatto, ci è stato impedito di attuare una politica anticiclica: in particolare, è diventato impossibile l’utilizzo della leva della spesa pubblica che avrebbe incrementato il rapporto tra deficit e Pil e tra debito e Pil, ma ottenendo in cambio una maggiore crescita del Pil. Questa politica, lo ripeto, si è rivelata fallace. Per questo va giudicato positivamente il fatto che la Commissione europea voglia mettere mano alla riforma del Patto di Stabilità e crescita. Naturalmente, bisognerà attendere ancora un poco per capire da un lato se ci sarà sufficiente consenso in ambito Ue per promuovere tale cambiamento e, dall’altro, se il cambiamento sarà abbastanza significativo.

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