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“Le norme Ue sui crediti cattivi? Una bomba a orologeria per le banche”

L’economista Marco Onado sostiene che le regole elaborate dalla Bce quando si pensava che la situazione dei crediti deteriorati degli istituti si stesse normalizzando rischiano, se applicate, di rendere più ardua l’uscita dalla recessione. E se il debito pubblico oggi non è un problema, lo potrebbe diventare una volta superata l’emergenza


23/11/2020

di Giambattista Pepi


arco Onado

Le banche potranno essere una soluzione alla crisi a patto che la Bce ammorbidisca o sospenda l’applicazione delle regole sui crediti deteriorati, onde evitare una nuova restrizione creditizia che renderebbe più ardua l’uscita dell’Italia dal tunnel della recessione. È ciò che pensa l’economista Marco Onado, uno tra i massimi esperti italiani di diritto bancario. 
E, rispondendo alle nostre domande, spiega perché gli istituti di credito - grazie alle misure monetarie della Bce e quelle fiscali del Governo - possono contribuire ad agevolare la ripresa economica, attraverso la concessione di finanziamenti a tassi minimi all’economia reale, sebbene non sia ancora possibile prevedere l’impatto causato dalla seconda ondata della pandemia da Covid-19. Quanto al debito pubblico, ulteriormente cresciuto negli ultimi mesi, secondo Onado, non è un problema attuale ma lo diventerà certamente una volta superata l’emergenza. 
Docente all’Università Bocconi di Milano, dove insegna Diritto ed Economia dei mercati finanziari e Comparative financial systems, Onado è stato ordinario di economia degli intermediari finanziari negli atenei di Modena e Reggio Emilia e visiting professor all’University College of North Wales e Brown University. E’, tra l’altro, editorialista de Il Sole 24 Ore. 

Le banche, che furono la causa della Grande Crisi finanziaria del 2007-09, oggi potrebbero esserne, almeno in parte, la soluzione? 
Si. Lo dicono i dati. Il credito durante questa crisi è aumentato di 58 miliardi di euro, mentre negli anni della Grande Crisi si assistette a una ristrettezza.

Prima del Covid-19, le banche hanno beneficiato per molto tempo di un fenomeno raro: un costo del rischio basso. Fallimenti rari, clienti solvibili e appunto rischi sui prestiti quasi nulli. Ora il relativo costo, cioè gli accantonamenti effettuati per compensare eventuali perdite sui crediti concessi, torna ad aumentare. Cosa potrebbe accadere?  
Le misure di sostegno all’economia varate dal Governo (credito d’imposta, moratorie sui mutui e i finanziamenti a famiglie e imprese, l’accesso al credito con la garanzia pubblica) hanno avuto un impatto certamente positivo, rendendo più sopportabili le conseguenze della sospensione e della temporanea chiusura delle attività economiche e imprenditoriali. L’Italia è tra i Paesi dell’Ue quello che ha fornito più incentivi alle banche per poter continuare a fornire credito all’economia reale. Dal momento che la crisi sta mordendo, il problema ora è capire quanto aumenterà il rischio di insolvenza delle imprese e quindi la probabilità che il portafoglio si appesantisca con crediti deteriorati non recuperabili e quanto questo incida poi in termini di maggiori accantonamenti di capitale previsto dalle regolamentazioni vigenti. 
La Banca d’Italia nel Rapporto sulla stabilità finanziaria da poco pubblicato non fa previsioni quantitative precise, però dice che l’effetto dei finanziamenti accordati e in essere e non ancora recuperati non si è ancora manifestato. Va detto per altro che il Fondo Monetario Internazionale a ottobre aveva fatto una simulazione sostenendo che i problemi di solvibilità riguardavano anche le grandi imprese nel mondo senza fare riferimento all’Italia.

Abi e Federazione Bancaria Europea reputano necessario rivedere il quadro regolamentare per la gestione dei crediti deteriorati e in particolare le regole sul calendar provisioning, cioè le nuove norme della Bce sulle coperture dei crediti deteriorati. 
È una mina vagante nei bilanci delle banche. Capisco che occorrano regole. Ma regole rigide pensate nel 2019, quando si riteneva che la situazione economica e dei crediti deteriorati delle banche stesse normalizzandosi, rischiano di essere controproducenti davanti a una crisi inedita come quella provocata dalla pandemia da Covid-19. 
Aggiungo che Giovanni Enria, presidente del Consiglio di vigilanza della Bce, ha detto che occorre una soluzione europea per consentire alle banche di smaltire i crediti deteriorati. Perché come succede da qualche anno le banche cercano di smaltirli, ma non ci riescono come vorrebbero perché il mercato dei crediti non performanti (NPL) non è efficiente come dovrebbe e quindi sono costretti a classificare in bilancio questi crediti come perdite rispetto agli ulteriori accantonamenti già effettuati. Se ci fosse una soluzione europea, magari con qualche forma di assistenza pubblica, la situazione dei bilanci delle banche sarebbe migliore. Anche l’ex presidente Bce, Mario Draghi è dello stesso avviso.

A causa della pressione normativa e dell’elevato costo del capitale delle attività più rischiose, molte banche hanno dovuto ridurre le dimensioni delle loro attività nel mercato. Oggi, la parte migliore della redditività proviene dal margine di interesse netto, a sua volta molto sensibile alle variazioni dell’Euribor. Bisogna ripensare il modello di fare banca in Europa? 
No. È un po’ troppo catastrofico dirla così. I margini di interesse delle banche sono direttamente proporzionali al livello dei tassi. Più che altro direi che più che cambiare il modello di business, occorrerebbe piuttosto - e le banche lo stanno facendo - migliorare l’efficienza riducendo i costi per renderli adeguati a questo scenario di bassi tassi di interesse.

Oltretutto oggi le banche si trovano a dover fronteggiare l’ingresso nel mercato anche di soggetti terzi che diventano nuovi concorrenti nel mercato dei servizi. 
Questo è sempre successo. La tecnologia è un fatto nuovo. Ma ogni volta che ci sono state innovazioni, e l’ingresso di operatori esterni, le banche hanno risposto: credo che sia una cosa normale. Come tutte le imprese, anche le banche devono mettere in conto il fatto che devono adattarsi ai grandi mutamenti esterni e alla concorrenza.

L’allentamento monetario e il PEPP della Bce stanno consentendo di mantenere la liquidità nel sistema e di “raffreddare” gli spread tra i titoli del debito sovrano dei Paesi core e di quelli periferici dell’Ue. Come giudica la risposta alla crisi? 
La Bce ha fatto tutto quello che poteva e anche di più. Le banche italiane hanno 250 miliardi di euro in passivo di finanziamenti ottenuti dalla Banca Centrale Europea, quasi l’importo del loro patrimonio. Basta considerare questa cifra per comprendere quanto sia stata elevata la potenza di fuoco messa in campo da Francoforte.

La prima guida della Bce, Christine Lagarde, ha confermato che ricalibrerà i propri strumenti di politica monetaria nelle prossime settimane. È necessario intervenire nuovamente visto che la seconda ondata della pandemia sta ulteriormente deteriorando sia il sentiment sia l’economia dell’eurozona? 
Nessuno ancora può fare previsioni sulle ripercussioni che i provvedimenti restrittivi adottati dalle autorità politiche in Europa per arginare la propagazione del virus, influiranno sull’economia e, dunque, sul Pil, sulla domanda aggregata. L’unica cosa che si può dire è che la Bce ha dimostrato di saper rispondere immediatamente non appena le condizioni di scenario sono mutate e non c’è nessun motivo di credere che non lo sarà se l’effetto sull’economia europea della pandemia dovesse deteriorarne aspettative e dati reali.

Sempre la Lagarde ritiene che sia necessario il completamento dell’Unione del mercato dei capitali e dell’Unione bancaria, cioè lo schema unico di garanzia dei depositi. Lei crede che una volta superata la crisi pandemica l’Unione europea farà un ulteriore passo avanti completando il disegno riformatore? 
Lo deve fare. Lo deve fare perché l’Unione Bancaria manca ancora del terzo pilastro che è l’assicurazione dei depositi, che è un elemento unificante e fondamentale. Non è un auspicio, ma l’indicazione di un dovere e di un’urgenza.

E per quanto riguarda il mercato unico dei capitali? 
Quello è un altro tema, completamente diverso. Non è un problema di regolamentazione dell’Unione bancaria, è un problema diverso. Così come esiste il mercato unico dei beni, quello dei servizi, occorre che ci si anche un mercato dei capitali integrato nell’UE e un sistema finanziario più diversificato che sia in grado di liberare i capitali in tutta l’Europa.

La bozza italiana della prossima legge di bilancio 2021 “è in linea con le raccomandazioni” adottate dal Consiglio il 20 luglio. Ma resta il faro acceso sull’elevato debito pubblico perché la crisi da Covid-19 peggiora gli squilibri eccessivi e i rischi aumentano. 
Credo che il tema delle dimensioni del debito pubblico italiano non sia un problema immediato per molti motivi. Anzitutto perché le Banche centrali aiutano, poi perché l’emergenza è stata ed è drammatica. Temo, però, che il debito pubblico diventerà un vincolo per l’economia nazionale come lo è stato quando si è arrestata all’inizio di questo secolo la discesa del debito pubblico che ci aveva consentito di entrare nell’Unione Monetaria Europea e dunque nella moneta unica. Quindi non è all’ordine del giorno di oggi che è dettato ancora dall’emergenza, ma lo sarà nel momento in cui sarà superata la pandemia e si avvierà la crescita economica.

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