Share |

“Per poter ripartire è necessario rimboccarsi le maniche e fare sistema”

Il 2021, secondo l’economista Mario Deaglio, sarà un anno difficile, ma da affrontare progettando il futuro e guardando lontano. Altri punti caldi il ruolo dei vaccini e le politiche fiscali. E per quanto riguarda il premier Mario Draghi? È una persona competente e rispettata nel mondo: farà bene


06/04/2021

di Giambattista Pepi


Mario Deaglio

La crisi del Covid-19, entrata nelle nostre vite da un anno a questa parte, ha avuto e continuerà ad avere molte ripercussioni. La transizione tecnologica che era già iniziata è stata fortemente accelerata dalla necessità di trovare nuove vie per mantenere in moto la “macchina” delle nostre economie, mentre la deindustrializzazione, in atto da decenni nella maggior parte dei Paesi europei, ha fatto emergere la dipendenza del Vecchio Continente dai grandi centri di produzione dei Paesi emergenti. 
L’Italia ha subìto la più grande recessione economica dal Secondo dopoguerra perdendo oltre nove punti di prodotto interno lordo, e altri cinque sono stimati per l’anno in corso. Recessione costata sinora oltre 660mila posti di lavoro e la chiusura di migliaia di imprese. Ma i conti, in genere, si fanno sempre con l’oste, mai prima: è di tutta evidenza che solo quando la pandemia sarà cessata, si potranno tirare le somme e comprendere, numeri alla mano, quanto sia stata profonda questa crisi. 
“Purtroppo, indietro non si torna. Il 2021? Sarà un anno complicato e difficile, ma non per questo deve offuscare la volontà di guardare lontano e progettare il futuro”. 
Nonostante tutto quello che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo, Mario Deaglio (professore emerito di Economia internazionale all’Università di Torino, editorialista economico, già direttore de Il Sole 24 Ore nonché curatore del Rapporto sull’economia globale e l’Italia) dispensa ottimismo e, in questa intervista, invita a rimboccarsi le maniche e a darsi da fare per “ricostruire con l’impegno e la corresponsabilità di tutti”.

In Europa e in altre parti del mondo stiamo assistendo a ulteriori lockdown. Cosa significa per le prospettive di crescita economica? Le aspettative sulle riaperture e sul conseguente rimbalzo economico sono ancora valide per il 2021? 
L’importante è osservare i fatti principali con concretezza. Ciò che è accaduto nel 2020 è irrecuperabile. Il presidente americano Donald Trump ha agito in maniera destabilizzante, sottraendo agli Stati Uniti il ruolo di leader mondiale globale e democratico. Quanto è avvenuto a Capitol Hill (l’assalto dei supporter dell’ex presidente repubblicano al palazzo sede del Congresso degli Usa, il simbolo della democrazia Usa - ndr) ha reso evidente questa situazione. Inoltre si è avventurato in un conflitto commerciale con Pechino che avrà strascichi. 
La Cina, peraltro, è l’unico Paese che - dopo la pandemia - è riuscito a ripartire, mantenendo il Pil in zona positiva: intorno al 2%. Gestendo l’emergenza sanitaria con un valido utilizzo delle tecnologie grazie al riconoscimento facciale. Così è accaduto anche in Giappone e in Nuova Zelanda. In questo modo il dollaro si è deprezzato di circa il 15 per cento. 
In questo quadro saranno decisivi i primi cento giorni dell’amministrazione del nuovo presidente Joe Biden, che ha di fronte impegni e sfide decisivi. E stando all’avvio della campagna di vaccinazione, al piano di stimoli da 1.900 miliardi di dollari e a quello per finanziare le infrastrutture da 2.300 miliardi, presentato nei giorni scorsi, si sta andando verso la giusta direzione. Per contro l’Europa è più indietro nelle vaccinazioni, a esclusione del Regno Unito, che ha fatto meglio di tutti. 

L’arrivo dei vaccini ha creato entusiasmo. La fiducia è ricresciuta. Ma l’Europa ha vaccinato il 20% della popolazione contro il 50% del Regno Unito e il 45% degli Stati Uniti. L’Oms dice che questo è inaccettabile. 
Sì, certamente. L’arrivo del vaccino ha reso effervescente la fine del 2020 e l’inizio del 2021 per il comparto finanziario. Poi sono sorte difficoltà nell’approvvigionamento dei vaccini, nella distribuzione, nella somministrazione. Questo ha fatto la differenza in negativo con Paesi, come Regno Unito e Usa, che stanno facendo decisamente meglio. 

L’opinione pubblica, in questi mesi, è stata esposta attraverso i media a un turbinio di cifre e numeri che alla fine possono rivelarsi controproducenti. Come stanno le cose? Quanto è lontana la ripresa? 
I primi dati, in attesa di maggiori conferme, tratteggiano un quadro migliore di quello che ci si aspettava. Le vendite al dettaglio di ottobre sono state dello 0,2% inferiori a quelle di un anno fa, e il comparto alimentare è progredito addirittura del 3,5% a fronte di uno spostamento del tipo dei consumi: dai ristoranti ai pasti in casa. La produzione industriale resta ancora del 2,5% sotto i livelli del 2019, ma quello nelle costruzioni è sopra l’1,6%, mossa dagli incentivi sulle ristrutturazioni e dell’efficientamento energetico. 
Più in generale, le chiusure in Paesi come la Francia, la Germania, l’Olanda, il Belgio e l’Italia, spostano in avanti la tempistica della ripartenza dell’economia europea, e quindi, prevedibilmente, i “numeri” peggioreranno ancora, prima di migliorare. Ci vorranno almeno altri due trimestri, prima di poter rivedere la luce. La domanda è repressa, quindi quando sarà nuovamente possibile riavviare tutte le attività commerciali e imprenditoriali, e le persone saranno libere di muoversi, la ripresa dei consumi farà sicuramente rimbalzare il Pil, che si sta già giovando del commercio internazionale. 

L'indice Pmi manifatturiero europeo ha confermato l'impennata osservata nella versione flash di marzo. La ripresa del settore manifatturiero europeo è stata netta, ma i servizi sono rimasti indietro. Una ripresa double face
La ripresa ha due facce proprio perché il terziario è stato tra tutti il settore economico più penalizzato dalle “chiusure” disposte dalle autorità per arginare la diffusione della pandemia: si pensi al turismo, alla ristorazione, all’intrattenimento (cinema e teatri), al tempo libero e allo sport (palestre, piscine, circoli). Il settore dei servizi pertanto ha risentito maggiormente dei “blocchi” e raggiungerà più tardi, dopo il manifatturiero, la “normalità”.

In Europa, la risposta sul fronte delle politiche fiscali è stata più attenuata e i ritardi nella ratificazione del programma di supporto fiscale dell’Ue potrebbe significare che un flusso significativo di fondi non arriverà prima della fine dell’anno. 
Questo rischio in effetti si corre. Prova ne sia che l’Eurogruppo ha invitato gli Stati membri a non attenuare la politica fiscale, cioè gli stimoli e gli aiuti economici alle imprese e alle famiglie colpite dalle chiusure proprio perché teme che prima che i Piani nazionali di ripresa e resilienza che ciascun Governo europeo sta predisponendo - e dovrà consegnare entro fine mese a Bruxelles per avviare l’interlocuzione e l’approvazione - richiederà verosimilmente molto più tempo di quanto si prevedesse quando lo scorso anno il Consiglio europeo diede il via libera al programma Next Generation Eu da 750 miliardi di euro complessivi.

Per non farci mancare niente, abbiamo cambiato il Governo, il terzo nell’attuale legislatura. Che ne pensa di Draghi? È l’uomo che può farci fare quel salto di qualità di cui parliamo da tempo ma che non riusciamo a compiere? 
È persona competente, pragmatica e lungimirante. Sono certo che avergli affidato la guida del Governo è stata una buona scelta. Certamente è una grande sfida perché governare l’Italia non è facile per nessuno, ma l’esperienza, la competenza e il prestigio di cui gode in Europa e nel mondo costituiscono delle ottime credenziali. Poi certamente bisognerà attendere i fatti. Ma il tempo è galantuomo.

Cosa si deve fare davvero per ripartire? 
Ci si deve tirare su le maniche tutti insieme, facendo “sistema” nel progettare la ripartenza. Con le banche a fianco di famiglie e imprese. E su questo fronte sarà importante seguire con attenzione le modalità con cui i diversi Stati, tra cui il nostro, metteranno mano ai Piani di recupero nazionali sostenuti dall’Europa attraverso il programma Next Generation Eu.

L’Italia può far leva sul fatto di essere considerata nel mondo la patria del “bello e ben fatto”, del made in Italy straordinario ambasciatore del nostro know-how? 
Sì. Pochi sanno, per esempio, che siamo primi al mondo nel costruire macchine per le industrie alimentari, come per la produzione del pane. Certo, servirà un sostegno all’internazionalizzazione. Il riferimento corre all’automotive e alla cantieristica. La sostenibilità e l’attenzione all’ambiente, di cui si parla sempre più spesso e verso cui si vorrebbe orientare l’economia necessitano di uno sguardo lungo e di grandi gruppi pronti a metterle in pratica nel migliore dei modi possibili.

Ma l’Italia sconta problemi strutturali e nodi irrisolti. Due esempi correlati: il crollo della natalità e l’aumento della popolazione anziana. 
Dal punto di vista generazionale, rispetto ai decenni precedenti, anche il passaggio di beni mobili e immobili tra genitori e figli avviene in ritardo, contribuendo a innescare slittamenti negli investimenti dei risparmi. La solidarietà di fondo c’è e in Italia non manca. Ma serve quell’entusiasmo diffuso che si viveva dopo l’ultima guerra. Quando ognuno, per quanto di sua responsabilità, si sentiva impegnato a costruire un pezzo di futuro.

(riproduzione riservata)