Share |

Ma Harry Quebert ha davvero ucciso Nola Kellergan?

Lo svizzero Joël Dicker diventa un caso editoriale a soli 28 anni. In cattedra anche Elda Lanza, Elisabetta Bucciarelli e lo scomparso Paul Sussman


08/07/2013

di Mauro Castelli


Si chiama Joël Dicker, ha compiuto da poco 28 anni (è infatti nato a Ginevra il 16 giugno 1985), scrive in francese (ha fra l'altro studiato anche a Parigi), è figlio di una libraia e di un professore. Che altro? Un'infanzia precoce: a dieci anni ha fondato La Gazette des Animaux (rivista sulla natura che ha guidato per sette primavere, fregiandosi del titolo di più giovane caporedattore svizzero); nel 2005 ha pubblicato con Hèbe la sua prima novella, 33 pagine in tutto, dal titolo Le Tigre; nel 2010 ha debuttato nel romanzo con Les derniers jours de nos pères, guadagnandosi il "Prix des Ecrivaines Genevois" ma vendendo appena 3.500 copie. E ora, grazie al suo secondo lavoro (edito nel settembre scorso), è diventato un caso editoriale, con traduzioni in corso in oltre 25 Paesi. Un evento certamente inatteso quanto sorprendente. Di fatto La verità sul caso Harry Quebert (Bompiani, pagg. 770, euro 19,50), "Grand Prix du Roman de l'Académie Française" e "Prix Goncourt des lycéens", sta andando a ruba (si parla di oltre mezzo milione di copie solo in Francia, Svizzera e Belgio, mentre altri azzardano già il milione scarso) ed è stato oggetto di una miriade di recensioni e segnalazioni. Un lavoro da molti osannato, da altri discusso, da taluni altri criticato: in fondo è questo il prezzo da pagare per il successo, soprattutto quando arriva troppo presto. Non c'è forse un detto nel campo della cultura e dello spettacolo che recita: parlate, parlate male di me, ma per favore parlatene? Certo, prima di averlo letto, qualche riserva è facile azzardarla. A partire dal titolo non nuovissimo; poi dal tema trattato, a sua volta non particolarmente originale (con in scena un giovane in crisi d'ispirazione dopo un debutto in libreria da primo della classe, anche se poi - in corso di lettura - si scoprirà "maltrattato" da una sorprendente malizia narrativa); senza dimenticarci di quell'interrogativo di fondo, ovvero "Chi ha ucciso Nola Kellergan?", che richiama alla memoria la frase-tormentone del "Chi ha ucciso Laura Palmer?" nell'episodio pilota della serie I segreti di Twin Peaks firmata da Mark Frost e David Lynch. E ancora, come annota acidamente Arnaud Viviant su Le Nouvel Observateur, questo libro rappresenta "una riscrittura easy reading de La macchia umana di Philip Roth, da falso falsario e da ammiratore laborioso". "E poi - non manca di calcare ancora la mano questo critico - il protagonista di Dicker, Marcus Goldman, è nato a Newark, epicentro dell'opera di Roth, da una famiglia ebrea, mentre anche l'argomento trattato è esattamente lo stesso". Insomma, ognuno gliele canta e gliele suona a questo giovanotto dal grande avvenire. Ma non bisogna farci caso. Come ebbe a dirci qualche tempo fa un grande designer dell'auto, Giorgetto Giugiaro, «tutti copiano e anch'io l'ho fatto. L'importante è che si arricchisca il prodotto con il valore aggiunto della propria creatività. Così cambia faccia e diventa novità». Digressioni a parte, La verità sul caso Harry Quebert è un noir che intriga e appassiona, che non deve spaventare per le 770 pagine in quanto si leggono che è un piacere. Con la numerazione dei capitoli che viaggia al contrario, con tanti narratori in pista (personaggi che ci diventano familiari in men che non si dica) pronti a offrire il loro contributo, facendo sì che il certo diventi ben presto l'incerto, la verità una bugia e una bugia la verità, l'amico il nemico e viceversa, il colpevole che si trasforma in innocente. Perché tutti mentono, agli altri e a se stessi, a cominciare dall'autore. Come dire che le cose non sono mai quelle che realmente sembrano essere: e questa è la vera virtù del romanzo firmato da Dicker, ben costruito e di grande forza narrativa. Curiosamente la trama è ambientata negli Stati Uniti, ma la cosa non deve sorprendere più di tanto in quanto l'autore ha trascorso diverse estati nel Maine, nella casa di alcuni parenti (suo nonno era infatti un aristocratico russo fuggito a Ginevra prima della Rivoluzione d'ottobre, mentre altri membri della famiglia erano emigrati proprio negli States). Ed è nella cittadina di Aurora, nel New Hampshire, che comincia il racconto. Un racconto, d'amore se vogliamo, che ci fa subito partecipi della scomparsa di una ragazzina di 15 anni che amava la lirica, appunto Nola Kellergan. Siamo nel 1975 e la scena sembra chiudersi qui, prima ancora di cominciare. Sarà invece 33 anni dopo, nella primavera del 2008, che il giovane scrittore Marcus Goldman, in crisi di identità e nei guai per aver già incassato l'assegno dal suo editore per un libro che non ha nemmeno cominciato a scrivere, si trova ad avere a che fare con il caso di un professore universitario, nonché grande intellettuale di cui è amico, alias Harry Quebert, accusato dell'omicidio della ragazzina di cui abbiamo parlato, il cui corpo viene ritrovato nel giardino della sua villa. Marcus ne è certo: non è lui il colpevole. Da qui l'indagine che lo porterà a far luce sulla vicenda e, al tempo stesso, a trovare l'abbrivio per la scrittura del suo libro. Ma con quanti saltafossi a tenere banco...
Proseguiamo con un lavoro in salsa tricolore. A quasi 89 anni - è nata infatti il 5 ottobre 1924 a Milano - torna in libreria, dopo il successo ottenuto da Niente lacrime per la signorina Olga (ne abbiamo parlato ampiamente, a fronte di un lungo profilo personale che potrete trovare cliccando il suo nome nell'archivio di questa testata, in alto a destra della homepage), Elda Lanza. E ritorna con la freschezza narrativa di una giovincella - che peraltro si rifà a una vita così ricca da fare quasi invidia (è stata la prima presentatrice televisiva e, in seguito, giornalista, scrittrice, esperta di comunicazione, docente di storia del costume, cuoca provetta e molto altro ancora) - con Il matto affogato (Salani, pagg. 410, euro 15,00). Un titolo particolare, come peraltro lei stessa spiega, che si rifà al ricordo di suo nonno Rodolfo, il quale le aveva insegnato a giocare a scacchi e le aveva raccontato, lui grande inventore di storie, della mossa del matto affogato (o cavallo matto che dir si voglia: è la situazione in cui il re viene mattato da un solo pezzo avversario pur essendo circondato da pezzi amici, che gli ostruiscono però ogni via di fuga). Di fatto, lei che vive nella tranquillità di un piccolo centro (Castelnuovo Scrivia), ha voluto nuovamente imparentare questa storia con il caos di una grande città, in questo caso Napoli, dove ritroviamo in azione l'ex commissario Max Gilardi, lo stesso che nel romanzo precedente indagava nella grigia periferia milanese e che ora si è trasferito a Napoli per intraprendere la carriera di avvocato. Una città che lo avvolge come un vestito stretto, che lo attira e cattura per via dei tanti ricordi e dei tanti amici; una città che vive dei suoi eccessi e delle sue contraddizioni e che ben presto lo coinvolgerà con due delitti; una città dove comunque vuole ricominciare a vivere e a tornare se stesso. Ma non sarà facile per Gilardi dipanare l'intricata matassa, che si porta al seguito non pochi interrogativi: come è morto Carlo Spada? Chi ha sabotato la nuova barca di Alessandro Notarnicola? Chi consolerà Rosina Santacroce da cinque anni di lutto e di lacrime? Con garbo e attenzione ai fatti e alle cose, forte di uno stile elegante, piacevole e senza fronzoli, Edda Lanza fa di nuovo centro.
Proseguiamo con due scrittori liguri alle prese con una storia di mare e di cemento ambientata, ovviamente, in Liguria, sullo sfondo di una Genova che cattura. E belin, che storia è questa... Dove le inchieste giornalistiche e giudiziarie portate avanti da un cronista che ha fatto carriera, un procuratore a sua volta cresciuto di grado e un devoto maresciallo dei Carabinieri - tre uomini con tre strade diverse, ma tutti votati alla ricerca della verità - corrono a volte su binari paralleli, mentre altre finiscono per entrare in rotta di collisione. Soprattutto quando le piste da seguire sono diverse; quando gli interessi in gioco sono alti; quando di mezzo c'è un traffico di droga dal Costarica e, di riflesso, tanto denaro sporco destinato a finanziare speculazioni edilizie, appalti truccati, corruzione e campagne elettorali. E magari, a tenere banco, c'è anche una gola profonda non proprio immacolata che sparisce, per non parlare di una catena di  morti sospette che qualcuno vorrebbe far passare per accidentali. E fino a che punto ci si può spingere, o scendere a compromessi, in nome della Giustizia? Ecco, su questa falsariga si snoda il romanzo Signor giudice, basta un pareggio (Tea, pagg. 318, euro 14,00), firmato a quattro mani da Fabio Pozzo e Roberto Centazzo: genovese di Recco il primo, savonese il secondo. Che dire di loro? Che Pozzo lavora alla Stampa di Torino, quotidiano per il quale, dopo essersi occupato di cronaca e di economia, ora segue i molti volti del mare, a fronte di un interesse che spazia dai temi ambientali alla storia della navigazione, dalla Marina militare alla vela. Temi che sono stati peraltro al centro di tre suoi libri. Centazzo per contro, nonostante una laurea in Giurisprudenza (e «un po' di pratica legale al seguito»), ha deciso di non voler fare né l'avvocato né l'insegnante, ma lo scrittore. Di polizieschi: «Scrivo da quando avevo 14 anni, ma solo a 46, grazie a un concorso, sono riuscito ad arrivare sugli scaffali. Sfornando libri che oggi definisco ignobili, ma anche qualcuno di livello, come quelli legati alla figura del giudice Toccalossi», personaggio che torna peraltro in scena nel libro di cui stiamo parlando, ma nel fresco ruolo di responsabile della Direzione distrettuale antimafia di Genova. E fu per questo, quando aveva 25 anni, che Centazzo si arruolò nella Polizia per apprendere le procedure e le tecniche investigative. E lì sarebbe rimasto, tanto che attualmente ricopre la carica di ispettore capo. Insomma, una "strana coppia" (nata casualmente nel corso della presentazione di un libro) che ha deciso di dare voce a un lavoro - garbato, intrigante e di piacevole lettura - che trae spunto dalla quotidianità. Non è forse vero che in Italia, in diversi casi, l'intreccio fra le tesi giornalistiche e l'attività dei magistrati ha reso corti i confini di quelle verità che l'opinione pubblica vorrebbe subito in chiaro?
Dalla Liguria alla Lombardia il passo è breve. E lo facciamo con l'esordiente milanese Samuel Giorgi (classe 1968, una laurea in Lingue e Letterature Straniere), che vive però in un piccolo comune del Parco del Ticino con la moglie e i due figli. È lui infatti l'autore del thriller che Piemme ha lanciato nella collana "Linea Rossa" sotto il titolo Il Mangiateste (pagg. 412, euro 17,50), un lavoro («Avevo iniziato a scriverlo alcuni anni fa, poi avevo smesso, sin quando ho deciso di riprenderlo in mano e mi è andata bene») ambientato in una tranquilla quanto innocente (ma chi è veramente innocente?) località della Val d'Ossola, Gazzeno. Uno sputo di paese con poco più di mille anime dove qualcosa di speciale, in abbinata a convinzioni visionarie, a un certo punto succede: tredici suicidi, con cadenza mensile, che suscitano molti dubbi e altrettante perplessità sia fra le forze dell'ordine che fra la gente del posto. In quanto i morti "erano persone troppo semplici (oltre tutto senza alcun legame apparente fra loro) per aver concepito l'idea di togliersi la vita. Gente fatta di legno e di pietra, con la vita segnata dal ritmo dei ruscelli e dai colpi d'ascia, che conosceva e vestiva i colori e i sapori delle stagioni. Gente d'altri tempi. Gente così, di norma, non s'ammazza. Al limite ammazza". Parole impregnate di sani sentimenti e di amore per la natura, subito messe all'angolo da altre di inaspettata violenza. "Al limite ammazza", appunto. Un problemino mica da ridere del quale si dovrà fare carico Luna Fontanasecca, una criminologa "smunta, magra e pallida, una specie di cencio scolorito" specializzata in casi irrisolti, che fa parte del team guidato dal professor Bruno Widmann. Luna che si troverà ben presto a far di conto con le chiacchiere di paese volte a tirare in ballo fantasiose superstizioni per quei tanti morti. Che peraltro sembrano escludere la mano di un serial killer. Eppure c'è quella figura misteriosa battezzata il Mangiateste che lascia perplessi un po' tutti; e poi c'è una clinica per matti (leggi pazienti affetti da problemi psichici) dove ne succedono di tutti colori, soprattutto "in quell'Ala Est di cui nessuno parla" e dove sono ricoverati i casi più gravi. Ed è qui - trattandosi di un romanzo a più voci - a darsi da fare un inserviente convinto che il Mangiateste esista davvero, pronto a lavorare per la gloria mentre il team di Luna si dà da fare soltanto per scoprire la verità. In conclusione: un buon esordio a fronte di una scrittura di piacevole leggibilità, una trama semplice e complessa al tempo stesso (con quella "voce" di bambino che afferma, prega e farnetica prima dell'inizio di alcuni capitoli e anche alla fine del romanzo...), un alternarsi di fatti e personaggi volti a coinvolgere e, allo stesso tempo, confondere il lettore. Insomma, una sufficienza più che meritata per Samuel Giorgi in attesa del bis che, a quanto ci risulta, sarebbe già in cantiere.
Un'altra interessante penna nostrana è quella di Elisabetta Bucciarelli, nata nel capoluogo lombardo un po' di anni fa (alle signore è spesso concesso il beneficio del dubbio) dove peraltro vive e lavora. Lei che nel 2011 ha vinto il Premio Scerbanenco per il miglior noir italiano con Ti voglio credere. Diplomata presso il Laboratorio di scrittura drammaturgica del "Piccolo" di Milano, ha esordito ad appena vent'anni con il testo teatrale Forte come un toro. E da quel momento in poi non si è più fermata, a fronte di una produzione che spazia a largo raggio: teatro, televisione, cinema (che l'ha vista nel 1988 impegnata nella sceneggiatura, nella regia e nel montaggio del video La famosa invasione degli orsi in Sicilia, tratto dall'omonimo romanzo di Dino Buzzati), nonché nella narrativa gialla (siamo nel 2005 quando approda in libreria con Happy Hour, che vede protagonista l'ispettrice milanese Maria Dolores Vergani. E per questo personaggio sarà solo un felice inizio). Senza trascurare le sue interviste e i suoi approfondimenti letterari su booksweb.tv, nonché le collaborazioni giornalistiche. Così come è giusto ricordare i trascorsi come insegnante di scrittura tecnica e creativa allo IED di Milano e presso diverse compagnie teatrali. Lei che si è occupata anche di formazione per insegnanti sia in Italia che in Svizzera. Insomma, un moto perpetuo, forte di una produzione davvero robusta. E proprio in questi ultimi giorni è nuovamente sugli scaffali con Dritto al cuore (Edizioni e/o, pagg. 232, euro 17,50), ennesimo romanzo che vede in scena Maria Dolores Vergani, che troviamo in vacanza in una piccola comunità a duemila metri di quota (l'ultimo villaggio Walser sull'Alta Via che dall'Italia conduce alla Svizzera e alla Francia). Ed è qui che si ritrova a dover far luce sul ritrovamento del cadavere di una donna, nascosto fra le rocce di un bosco. Ma anche a far di conto con l'"omicidio" di una mucca, fatta fuori poco prima dell'importante incontro organizzato per decretare la più forte e la più bella vaccina della valle. Come potrebbe tirarsi indietro? Così, con l'aiuto della gente del posto, si darà da fare, trovandosi ben presto a inciampare in una catena di omicidi che spaziano dai monti valdostani a quelli lombardi. Che dire? Un romanzo duro e a tratti spietato anche senza volerlo, che colpisce la sensibilità del lettore a fronte di una scrittura asciutta e originale, ritmata nei dialoghi e senza eccessivi fronzoli, che va dritta al sodo (o meglio, come recita il titolo, al cuore). D'altra parte Elisabetta Bucciarelli - i cui libri sono già stati tradotti in francese, tedesco e spagnolo - sa come destreggiarsi nei meandri del mistero; sa come "interrogare" le ombre che nascondono la verità; sa che per scrivere bisogna avere sempre qualcosa da dire; sa che nella narrativa di settore bisogna disporre di un grande spirito di osservazione, che peraltro riesce a "canalizzare" come si conviene nel suo personaggio principe, appunto l'ispettrice Vergani. Leggere per credere.
L'ultimo suggerimento per gli acquisti è dedicato all'inglese Paul Sussman, morto prematuramente per un aneurisma (a nemmeno 46 anni) il 31 maggio 2012, poco prima che venisse pubblicato Il labirinto di Osiride (pagg. 592, euro 19,00), un bestseller internazionale ora approdato nelle librerie italiane per i tipi della Mondadori. Una brutta pagina, la sua scomparsa, per la narrativa di settore (leggi thriller archeologici) in quanto Sussman, che ha lasciato la moglie e due figli, aveva regalato ai lettori altri apprezzati romanzi  tradotti in 33 lingue. Che partono da quello d'esordio dal titolo L'armata perduta di Cambise, cui avrebbero fatto seguito L'ultimo segreto del Tempio e L'oasi perduta, tutti pubblicati da Mondadori. Tre chicche di grande intelligenza e credibilità, in quanto si rifacevano - a fronte della mano calda del giornalista (lavorava infatti per la CNN europea, oltre che per diverse testate della carta stampata) - alla sua passione per la storia (materia che insegnava all'Università di Cambridge) e per l'archeologia, che l'ha visto trascorrere lunghi periodi in Egitto per partecipare a importanti scavi nella Valle dei Re. Ma torniamo al dunque. Il labirinto di Osiride si nutre della stridente contrapposizione di valori portanti (leggi integrità, sacrificio e amicizia) con altri che valori certo non sono (corruzione, pregiudizio, crudeltà, potere e denaro), a fronte di una storia d'avventura che emoziona e cattura. Una storia che dal presente (Arieh Ben-Roi, un detective della polizia di Gerusalemme, sta indagando sull'efferato omicidio di una giornalista alle prese con un misterioso traffico sessuale in Israele) ci riporta al passato (a un certo punto emerge infatti uno strano collegamento con la scomparsa in quel di Luxor, nel lontano 1931, di un ingegnere inglese, e Ben-Roi si trova costretto a chiedere aiuto al suo vecchio amico Yusuf Khalifà, ispettore della polizia egiziana, a sua volta alle prese con strani avvelenamenti dell'acqua in alcuni pozzi del deserto). E da questa indagine congiunta (i due avevano già fatto coppia ne L'ultimo segreto del Tempio) se ne vedranno delle belle, con gli agganci dell'attualità (corruzione e terrorismo internazionale) a scalare un millenario mistero. Per gli amanti del genere, una lettura da non perdere. Fermo restando un richiamo all'onestà intellettuale dell'autore, che lo ha portato ad affermare: «Anche se tirare le parole fuori dalla testa e metterle sulla pagina può essere un lavoro solitario, scrivere un romanzo è alla fine un'opera di collaborazione che attinge al sostegno, alla capacità, alle conoscenze e alla generosità di molte persone». Grande anche in questo.

(riproduzione riservata)